Il 15 luglio 2026 Palazzo Chigi ha ospitato una cerimonia insolita per le sue sale: non un vertice diplomatico né un consiglio dei ministri, ma un riconoscimento dedicato a chi ha fatto della cucina italiana una vocazione, un mestiere e, in molti casi, un’eredità. Sono stati premiati i nuovi maestri dell’arte della cucina italiana, alla seconda edizione di un award voluto dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste — il MASAF — e consegnato alla presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro Francesco Lollobrigida. Dieci riconoscimenti, dieci storie diverse, un filo comune: la dedizione a una tradizione gastronomica che il mondo continua a guardare con ammirazione.
Una seconda edizione che consolida il riconoscimento
Non si tratta di un premio nato ieri. Il 2026 segna la seconda edizione del titolo di Maestro dell’Arte della Cucina Italiana, un segnale che l’iniziativa non è rimasta un episodio isolato ma si sta strutturando come appuntamento stabile nel calendario istituzionale della gastronomia italiana. Scegliere Palazzo Chigi come cornice non è un dettaglio marginale: significa che lo Stato riconosce esplicitamente il valore culturale, economico e identitario di chi lavora ai fornelli — non solo nei ristoranti stellati, ma in tutta la filiera che costruisce e trasmette il sapere culinario del Paese.
Il format è semplice nella struttura, ma denso nel significato. Dieci maestri premiati in un’unica cerimonia, con una varietà di profili che riflette la complessità della cucina italiana: dalla ristorazione di alta gamma alla pizzeria contemporanea, passando per chi ha scelto di mettere la propria competenza al servizio della comunicazione e della divulgazione gastronomica.
Francesco Panella e Enrico Cerea: due percorsi, un solo titolo
Francesco Panella ha ricevuto il titolo di Maestro dell’Arte della Gastronomia Italiana, una denominazione che nel suo caso racconta bene un percorso che va oltre i confini della cucina intesa in senso stretto. Panella è una figura che ha attraversato mondi diversi — la ristorazione, la televisione, la comunicazione del cibo — portando sempre con sé un’idea precisa di cosa significhi valorizzare il patrimonio gastronomico italiano, anche fuori dall’Italia.
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Enrico Cerea, noto anche come Chicco Cerea, rappresenta invece una delle grandi famiglie della ristorazione lombarda. Il suo nome è legato a Da Vittorio, il ristorante di Brusaporto in provincia di Bergamo che porta avanti con i fratelli e che è diventato un punto di riferimento internazionale per la cucina italiana di alto livello. Ricevere questo riconoscimento istituzionale significa, per Cerea, vedersi attribuire una continuità con la tradizione familiare che ha contribuito a costruire e rinnovare nel tempo.
Due figure diverse per formazione e per approccio, ma accomunate da una caratteristica che il premio sembra voler mettere al centro: la capacità di tenere insieme radici e innovazione, senza sacrificare l’una all’altra.
Simone Padoan e la pizza come arte riconosciuta
Tra i dieci premiati figura anche Simone Padoan, pizzaiolo veronese che da anni lavora a una concezione della pizza che sfida le categorie tradizionali. Il suo locale, I Tigli di San Bonifacio, è diventato un laboratorio di ricerca sugli impasti, sulle farine, sulle fermentazioni e sulle materie prime di qualità. Premiare Padoan in questa sede significa riconoscere che la pizza contemporanea non è un sottogenere della ristorazione italiana, ma una delle sue espressioni più vitali e internazionalmente riconoscibili.

La sua presenza nella lista dei maestri dell’arte della cucina italiana allarga il perimetro del riconoscimento ben oltre la cucina d’autore, includendo chi ha trasformato un prodotto popolare in un campo di ricerca seria. È un segnale che vale la pena leggere: l’Italia istituzionale sembra aver capito che il suo patrimonio gastronomico non si difende solo proteggendo le denominazioni di origine, ma anche valorizzando chi porta avanti un mestiere con rigore e visione.
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Perché un premio istituzionale alla cucina ha senso oggi
La domanda che vale la pena porsi è: a cosa serve un riconoscimento come questo? La risposta non è scontata. L’Italia ha già le stelle Michelin, la World’s 50 Best Restaurants, le guide nazionali, i premi di categoria. Aggiungere un titolo ministeriale potrebbe sembrare ridondante. Eppure c’è una differenza sostanziale: tutti gli altri riconoscimenti vengono assegnati da soggetti privati — guide, giurie, testate — mentre qui è lo Stato a prendere posizione, dichiarando che la cucina è cultura e che chi la pratica al massimo livello merita lo stesso rispetto riservato agli artisti, agli scienziati o agli artigiani di eccellenza.
Non è un dettaglio simbolico. In un momento in cui la dieta mediterranea è patrimonio immateriale dell’UNESCO e in cui la cucina italiana è uno degli asset più riconoscibili del soft power del Paese, formalizzare questo riconoscimento attraverso una cerimonia a Palazzo Chigi ha un peso politico e culturale preciso. Dice che il cibo non è folklore, ma identità.
Il sito ufficiale del MASAF raccoglie la documentazione della seconda edizione, a conferma che l’iniziativa è pensata per durare e per costruire nel tempo un albo di riferimento per la gastronomia italiana.
Cosa ci si aspetta dalla terza edizione
Con due edizioni alle spalle, il premio comincia ad avere una forma riconoscibile. Restano aperte alcune questioni che ne definiranno la credibilità nel lungo periodo: i criteri di selezione dei candidati, la composizione della giuria o del comitato tecnico, la varietà geografica dei premiati — che dovrebbe riflettere la ricchezza regionale della cucina italiana, dal Piemonte alla Sicilia, senza concentrarsi solo su alcuni poli tradizionalmente più visibili.
Quello che la seconda edizione ha già dimostrato è che il premio riesce a tenere insieme profili molto diversi tra loro, evitando di diventare il riconoscimento di una sola idea di cucina italiana. Francesco Panella, Enrico Cerea e Simone Padoan non rappresentano lo stesso mondo, e questa eterogeneità è probabilmente il segnale più interessante che emerge dalla cerimonia del 15 luglio 2026. I veri maestri dell’arte della cucina italiana, come insegna la storia gastronomica del Paese, non hanno mai avuto un unico volto.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








