A Treviso, dal 9 all’11 ottobre 2026, si è decisa la classifica mondiale del dolce italiano più replicato al mondo. La decima edizione della Tiramisù World Cup ha portato in Veneto 320 concorrenti da 33 paesi, con oltre 15.000 versioni del tiramisù valutate dalle giurie. Il risultato finale ha consegnato un verdetto che difficilmente si dimentica: la ricetta originale vinta da un brasiliano, quella creativa conquistata da un italiano. Un ribaltamento che racconta molto sullo stato di salute globale di questo dolce.
Un apicoltore di São Paulo conquista Treviso
Il vincitore della categoria Ricetta Originale si chiama Marcos Muzzi, viene dal Brasile, e di professione fa l’apicoltore a São Paulo. Non uno chef stellato, non un pasticcere di formazione classica: un appassionato che ha studiato, si è allenato, e alla fine ha battuto tutti nella città che il tiramisù lo ha inventato. È il tipo di storia che la Tiramisù World Cup costruisce da dieci anni, e che continua a funzionare proprio perché è autentica.
La vittoria di Muzzi nella categoria dedicata alla ricetta tradizionale — quella con mascarpone, uova, savoiardi, caffè, zucchero e cacao, senza variazioni ammesse — dimostra che la fedeltà a una ricetta non è mai scontata. Rispettare proporzioni, temperatura, montatura degli albumi, tempo di riposo: sono dettagli che separano un tiramisù mediocre da uno che convince una giuria internazionale. Un apicoltore brasiliano li ha padroneggiati meglio di chiunque altro tra i 320 partecipanti.
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L’Italia si prende la rivincita con la creatività
Se il Brasile ha vinto sul terreno della tradizione, l’Italia ha risposto nella categoria Ricetta Creativa. A trionfare è stato Ciro Tomassini, che ha convinto la giuria con una reinterpretazione del dolce veneto capace di uscire dagli schemi senza perdere il filo con l’originale. La competizione creativa è la sezione più difficile da giudicare — e spesso la più interessante da seguire — perché richiede equilibrio tra innovazione e riconoscibilità.
Il fatto che un italiano abbia vinto proprio questa categoria, nella decima edizione, in casa, ha un peso simbolico preciso: la creatività applicata al tiramisù non è un territorio straniero, anche quando altri paesi dimostrano di saper eseguire la ricetta classica meglio di molti connazionali. L’Italia, in questo senso, si è presa la parte più difficile da difendere.
Treviso e il tiramisù: una competizione che vale dieci anni
La Tiramisù World Cup è arrivata alla sua decima edizione mantenendo un formato che funziona: competizione aperta, non riservata ai professionisti, con due categorie distinte che permettono sia di celebrare la ricetta storica sia di spingere verso l’evoluzione. Treviso è la cornice naturale — il Veneto rivendica la paternità del dolce, e la città ha costruito attorno a questa competizione un appuntamento che porta ogni anno concorrenti da ogni angolo del mondo.
I numeri di questa edizione parlano chiaro. 33 paesi rappresentati, 15.000 versioni valutate: non è una gara di nicchia per appassionati locali. È diventata una manifestazione che misura il livello globale di interesse per uno dei dolci italiani più esportati al mondo. Il tiramisù è presente in quasi tutti i ristoranti italiani all’estero, ma anche in pasticcerie, bar e cucine domestiche di Giappone, Australia, Stati Uniti, Brasile — e la competizione di Treviso ne è in qualche modo lo specchio.
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Cosa racconta questa edizione sulla cultura del tiramisù nel mondo
C’è un dato che vale la pena sottolineare: un apicoltore brasiliano che vince la categoria originale non è un’anomalia. È la conferma che la ricetta tradizionale del tiramisù è ormai patrimonio condiviso, studiato e praticato con rigore in paesi che con il Veneto non hanno nulla in comune geograficamente o culturalmente. Il cibo italiano, quando raggiunge certi livelli di diffusione, smette di essere solo italiano.
Questo non dovrebbe preoccupare, ma semmai stimolare. La risposta italiana — vincere nella categoria creativa — suggerisce che il valore aggiunto che l’Italia può portare non è solo la custodia della tradizione, ma la capacità di reinterpretarla con cognizione di causa. Ciro Tomassini ha dimostrato che si può innovare senza snaturare, che si può proporre qualcosa di nuovo senza perdere il legame con la materia prima.
La Tiramisù World Cup non è solo una gara di pasticceria. È un osservatorio su come un piatto italiano viene percepito, studiato e trasformato nel resto del mondo. E la decima edizione, con il suo doppio verdetto — Brasile per la tradizione, Italia per la creatività — ha offerto probabilmente la fotografia più nitida di questo equilibrio in movimento. I dettagli completi dei risultati sono disponibili su Winenews.
La prossima edizione partirà già con un precedente ingombrante da battere. E con la certezza che il tiramisù, nel bene e nel male, non appartiene più solo a Treviso.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.







