”Osteria la Fontanina” è un piccolo e suggestivo r...

Recensione di del 30/11/2005

Osteria la Fontanina

126 € Prezzo
7 Cucina
9 Ambiente
8 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 126 €

Recensione

”Osteria la Fontanina” è un piccolo e suggestivo ristorantino situato in una delle tante zone antiche di Verona, a pochi metri dall’unico ponte sull’Adige risparmiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. E’ inoltre una delle più antiche osterie della città scaligera, considerato che le sue origini risalgono a più di duecento anni fa. All’ingresso veniamo accolti dalla maître che ci accompagna al nostro tavolo. Nel breve tragitto siamo costantemente contornati da vini confezionati e da bottiglie a vista di ogni tipo.
L’ambiente è molto intimo ed arricchito da numerosi pezzi d’antiquariato, frutto della ricerca, da sempre animata da antica passione, della famiglia Tapparini, titolare dal 1984.

Il tavolo al quale veniamo fatti accomodare è situato nella prima delle due minuscole salette; la mise en place è elegante, belle stoviglie, bicchieri per l’acqua che richiamano lo stile veneziano e basta alzare gli occhi per accorgersi di essere circondati da antichi servizi di tazze, argenterie varie ed oggetti di ogni tipo che danno un senso di calda intimità.

Insieme ai menu ci viene subito servita dell’acqua microfiltrata, che verrà esposta in conto a 4 euro.
L’aperitivo che ci viene offerto è un Sauvignon del Collio, purtroppo di scarsa qualità, che annuncia l’ingresso dell’appetizer, una deliziosa “crema di funghi” dal piacevole retrogusto amarognolo accompagnata da crostini di pane kamut, olio extravergine e pepe.
Il pane, servitoci insieme ai grissini non proprio freschissimi, è normale, caldo ma non particolarmente fragrante, se non nei primi minuti.

I menu, un po’ disagevoli da consultare a causa delle loro generose dimensioni, presentano proposte varie di terra e di mare; sono inoltre presenti due menu degustazione entrambi da 65 euro: “suggestione di carne” e “suggestione di pesce”, entrambi composti da cinque portate e dessert.

La carta dei vini è davvero ampia e presenta molteplici proposte che spaziano dal Veneto, che la fa un po’ da padrone, alla Sicilia e con escursioni internazionali.
Mi lascio tentare da un vino della mia terra d’origine: un “Patriglione” 94, Rosso del Salento di Cosimo Taurino, Guagnano (LE). Un vino ottenuto da uve selezionate lasciate appassire leggermente sulla pianta. Solo poche annate, quelle “asciutte”, vengono prese in considerazione. Il vino ottenuto ha colore rosso intenso, un corpo potente e vigoroso, vellutato e lungo al palato, senza asperità; infine leggermente amaro, con sfumature minerali molto equilibrate. Un vino a cui l’enologo Severino Garofano è riuscito a far esprimere il meglio. Purtroppo il vino ci verrà servito ad una temperatura troppo bassa e questo ci consentirà di cogliere appieno tutte le sue meravigliose caratteristiche, solo nella seconda metà della nostra cena.


Antipasto.

“Variazioni del fegato grasso con il Recioto bianco di Soave”.
La pietanza si compone di tre piccoli assaggi, che di seguito vado ad illustrare, aventi come comune denominatore il foie gras:
“Terrina su misticanza di verdura, aceto balsamico, frutta candita, frutta secca e melograno”, abbinata a un calice di Recioto “I Capitelli” di Anselmi. Questa prima variazione, in cui il foie gras è dapprima leggermente affumicato e poi marinato nel Recioto, presenta un bel contrasto nelle note dolci della mela candita che, insieme alla misticanza e ai chicchi di melagrana, ben bilanciano l’amarognolo dell’affumicatura. Gradevole la presenza discreta di sottili fili di buccia d’arancia candita ad aromatizzare la preparazione.

“Terrina con farcitura di anguilla abbinata a marmellata di pesche”. Le note di affumicatura sono molto evidenti, quasi dominanti e la sapidità della preparazione tutta, è intensa e poco contribuisce a bilanciare il dolce della confettura di pesche. Evidente anche il retrogusto amaro dell’anguilla.

Nel “piccolo budino di crem caramel e fois gras”, invece, il foie gras scompare al cospetto della stucchevolezza del crème caramel, con il quale, secondo le mie papille gustative, poco ha da spartire.
Globalmente, quindi, a mio parere, un “trittico” la cui gradualità di sapori non è stata rispettata in base all’intensità degli stessi. La prima terrina deliziosa, la seconda dalla sapidità eccessiva ed il piccolo budino improvvisamente simile ad un dessert.


I primi piatti.

“Zuppa...il cucchiaio” per me, ovvero una vellutata di zucca con capesante avvolte in sottili fette di pancetta leggermente croccanti, e funghi porcini. La capasanta, tanto dolce all’interno quanto croccante e sapida all’esterno, domina su tutto e la pancetta abbrustolita che l’avvolge presenta una sapidità che si consuma in pochi istanti non lasciando ricordo al palato. Apprezzabile il fievole sforzo della zucca nel tentativo di contrastare la nota amarognola dei funghi porcini, ottimamente cotti.

“Risotto al tastasal nel tortello con Grana Padano, noce moscata e salvia fritta” per il mio commensale.
Un piatto che richiama la tradizione veneta, secondo la quale si usa preparare il risotto col “tastasal”, in pratica pasta fresca di salame, per assaggiare la salatura dell’impasto dei salumi prima di insaccarli, da cui appunto il nome “tastasal”. La robusta sapidità del “tastasal”, posto sopra al tortello, è ammorbidita dai gusti più neutri del riso, perfettamente cotto, e del tortello di pasta nel quale è contenuto; gradevole ed equilibrata la speziatura conferita al piatto dalla presenza della noce moscata, mentre scompare un po’ il contributo di sapore offerto dal Grana Padano, abbondantemente grattugiato sopra alla preparazione, al punto da guarnire il piatto sino al bordo. Irrilevante al palato il contributo della fogliolina di salvia fritta, posta al centro del piatto al di sopra del “tastasal”.

I secondi piatti.

"Quaglietta arrostita in veli di pancetta croccante con farcia di mostarda di agrumi e anguria su letto di misticanza con radicchietto di Treviso e insalatina croccante” per me.
Tenerissima la carne della quaglietta che ben si abbina alla pancetta croccante e ai funghi porcini. Impercettibile invece la nota di tartufo nero. Bello il contrasto della mostarda di anguria e gradevole la croccantezza della misticanza.

“Nocetta di cervo alla grappa di mele e rovere, e cacao Valrhona con tortino di zucca gialla e frutta secca” per il mio commensale.
La carne presenta giusta cottura e buona consistenza. Inedita la presenza, in superficie, della salsa al cioccolato salato arricchito da pepe, pistacchi, pinoli e miele. Lo chef giunto al tavolo su nostra richiesta, ci espone i vari passaggi dalla padella al forno e ancora alla padella. Gradevole il contrasto della zucca.

Predessert.

Ci viene proposta una “Mousse allo yogurt con gelatina alle fragole”, che al mio palato risulta essere stucchevole nella sua eccessiva dolcezza.

Dessert.

“Sfumature di agrumi” per me.
Gradevoli la creme brûlée al mandarino e il cilindro di cioccolato con semifreddo al maracuja; sgradevole invece la consistenza granulosa al palato della cassata siciliana con agrumi e frutta candita che, anche in questo caso, risulta essere stucchevole.

“Torta di mele con gelato alla cannella, mele candite, crema all’inglese” per il mio commensale.
Su una piccola alzata in vetro, la composizione appare totalmente disarmonica. Protagonista è il grande trancio di torta di mele: “sbagliato” in primis per la temperatura elevatissima, poi per l’eccessiva presenza di zucchero ed infine per l’esagerata “pastosità” che disturba al palato. Esso è accompagnato da un discreto gelato alla cannella, una crema senza personalità ed una piccola mela intera, candita.

Infine due caffè e due rum Demerara 1975 maturato in botti di legno di ciliegio.

Il conto, per due, è di 252 euro di cui 72 euro per i vini e 30 euro per i distillati.

L’ambiente, molto particolare e dalla calda intimità, vale sicuramente il viaggio; il servizio, offerto dalla maître, dal sommelier e da un giovane cameriere, si è rilevato preciso ed accurato, anche per ciò che concerne la descrizione delle pietanze. La linea di cucina invece appare poco equilibrata, puntando un po’ troppo sul contrasto agrodolce in piatti dove però di dolce ce n’è tanto, forse un po’ troppo. Stucchevoli infine i dessert, a conferma di una presenza troppo marcata delle note dolci nella mano dello chef.

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