Aereo alle 15:30, appuntamento della mattina termi...

Recensione di del 16/11/2012

Al Cacimperio

60 € Prezzo
8 Cucina
8 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 60 €

Recensione

Aereo alle 15:30, appuntamento della mattina terminato ed il collega propone di andare in un ristorante dentro Torino che frequentava ai tempi dell'ultima società. Il locale è il Cacimperio ed il nome deriva da quello della ricetta tradizionale della fonduta, o così recita il sito.
Siamo in zona Regina Margherita, parcheggio non difficilissimo supponendo di avere il gratta e sosta per le strisce blu ma anche senza la fortuna è dalla nostra parte e non troviamo sorprese all'uscita.

L'ingresso porta ad una piccola anticamera con la cassa dietro cui campeggiano i whisky e divisa dalla prima sala da pranzo dagli scaffali di legno con le bottiglie pronte per la mescita. Il tema del vino ricorrerà per tutto il locale dove sono sistemate agli angoli a fare arredamento casse di legno del vino o altre mensole con le bottiglie. Al di là che continuo a pensare che le bottiglie stiano meglio in cantina a temperatura e luce controllate e non dentro dentro le sale dove potrebbero soffrire, quello che vedo è degno di nota come pure lo è l'indirizzo prettamente piemontese delle scelte. Dal sito vedo anche che propongono Ghemme e Gattinara dei Colli Novaresi e questo mi fa rimpiangere di non aver avuto più tempo e di essere stati un po' di più a tavola per potersi aprire una bottiglia.

Il ristorante è suddiviso su più sale a livelli diversi, noi veniamo fatti accomodare in quella con la vetrina che dà sulla strada (ovviamente riparata da una tenda bianca), luminosa, saparata dall'ingresso da altre mensole con i vini, pavimenti in cotto e lampade a parete di diverso colore a fare arredamento.
Tavoli comunque ben spaziati ed abbastanza larghi, con tovaglia arancio e coprimacchia e tovaglioli di cotone bianco, calice per l'acqua e posate in acciaio.

Menù tradizionale, ravioli del plin, sformato di topinambur, maltagliati con la salsiccia di Brà, una sezione dedicata alla carne che risulta essere la specialità del locale: in primissimo piano quel Kobe che sta cominciando a diventare ubiquo nei menù del nord, tagli vari di manzi e vitelli proveniente da razze e località diverse del mondo.

Guardiamo il tutto ma sin dall'ingresso nel locale siamo stati distratti, un lieve sentore di tartufo ci ha accolto appena superata la soglia ed è rimasto latente ad agire a livello subliminale sulle nostre corde. Va da sè che arrivata la nostra ospite la prima richiesta sia discretamente mirata ad informarsi sul bianco fungo che prontamente viene ordinato con un piatto di tagliolini. Quest'anno è stata una stagione molto sfortunata per il tartufo, troppo secco e le ultime piogge in Piemonte hanno giusto salvato la situazione con le ultime raccolte che almeno hanno consentito di avere un minimo di approvvigionamento. Una settimana dopo o una settimana prima e probabilmente non ci sarebbe andata così bene.

Sul vino non chiedo la lista ma cerchiamo qualcosa a bicchiere, e propongono o un dolcetto od un Barbera; il collega preferisce qualcosa di corpo ma hanno solo un Chianti che mi sembrerebbe una bestemmia prendere in centro a Torino. Vedo con la coda dell'occhio un Avvocata di Coppo in cima ad un armadio ma purtroppo non lo servono al bicchiere, peccato perchè avrebbe risolto tutti i problemi. Evito ovviamente il dolcetto ed proviamo il Barbera, un Barbera d'Asti Reiss di Cascina Christiana, un vino giovane, secco, mediamente alcolico con 13.5 gradi, con dei buoni profumi ma che non lascia il segno mancando un po' di rotondità, un po' troppo ricaricato a 4 euro al bicchiere.
Ci portano intanto un cestino con dei paninetti croccanti che sono una tentazione assoluta mentre attendiamo le pietanze e dei grissoni lunghi.

Di antipasto abbiamo scelto una battuta in modo da accelerare i tempi, prima di servircela ci chiedono giustamente le nostre preferenze su olio e limone (io la preferisco solo con l'olio per assaporare senza compromessi il gusto della carne) e ci lasciano sul tavolo sale e pepe. Ci viene servita su un piatto largo, la carne chiara e senza un filo di grasso, macinata fine e schiacciata con la forchetta. Indubbiamente una carne di qualità, giusta frollatura, molto tenera, gusto molto delicato, l'ideale per preparare la bocca a quello che segue.

Quello che segue è la vera esperienza, cominciano ad arrivare due grosse fondine panciute con dei tagliolini molto gialli ed inumiditi quanto basta dal burro. Sono carichi di uova come devono essere da ricetta della zona, 15 secondi un po' troppo cotti se vogliamo fare i pignoli ma nel complesso di ottima fattura. Hanno assorbito perfettamente il burro come loro dovere in modo da avere il giusto impatto con il palato.

Torniamo al momento topico: il proprietario arriva con un cestino con un fagottino in tessuto, solleva il canovaccio e due sensi, la vista e l'olfatto, vengono immediatamente sollecitati. Il velo nascondeva la riserva di Tartufo Bianco d'Alba, sei o sette esemplari con dimensione da una grossa noce ad un piccolo pugno pronti per essere serviti. Sono nodosi, abbastanza scuri, molto venati di bianco all'interno. Sprigionano un sentore molto forte, quasi inebriante, si sente il bosco e la terra bagnata, il fungo, solo abbozzato l'aglio, le varie sfumature di spezie e miele, insomma già ci si appaga solo con questo.
Si passa poi alla grattata che viene fatta al momento, le dosi sono molto abbondanti, i tagliolini vengono investiti da una pioggia di sottili scaglie. Mescoliamo con religiosa attenzione, quasi preoccupati di danneggiare questo piccolo tesoro culinario e poi affondiamo voracemente la forchetta.
Il tagliolino è perfetta tavolozza bianca per il tartufo, sia come sapore che come consistenza ed umidità, l'assaggio è una esperienza unica. Il sapore è intenso, persistente, ti avvolge e gratifica ogni centimetro del palato. Moda sin che vuoi, sindrome da cibo raro e ricercato, tutto si può dire ma comunque poche cose sono appaganti come un grande tartufo d'Alba. Ci gustiamo ogni singola molecola ed arriviamo a rimirare soddisfatti ed appagati il piatto vuoto.

Un buon caffè a chiusura del tutto ed il conto, 60 euro a testa che tutto sommato è un prezzo onesto considerata la quantità di tartufo e soprattutto i livelli di prezzo che ha raggiunto in questo anno sfortunato.
Commento finale sul locale positivo, bell'ambiente, ottima carta dei vini, buone proposte nella tradizione e prezzi nella media del centro torinese di buon livello.

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