Un’istituzione nel panorama delle (dimensionalment...

Recensione di del 05/07/2005

Vecchia Roma

25 € Prezzo
7 Cucina
6 Ambiente
6 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 25 €

Recensione

Un’istituzione nel panorama delle (dimensionalmente) grandi trattorie sui colli bolognesi, La Vecchia Roma è un indirizzo per stomaci capienti più che per palati fini. Va però detto che la qualità media, per quanto ho finora sperimentato, si mantiene a un livello abbastanza elevato nel suo genere.
Raggiungerla è abbastanza semplice: da Zola Predosa si lascia la superstrada che conduce a Crespellano, si prosegue verso Calderino e si devia successivamente in direzione di Monte San Pietro: bisogna fare attenzione però, perché qualche centinaio di metri prima della Vecchia c’è la Nuova Roma, ristorante che a me piace molto meno.

L’ambiente è di quattro sale, una della quali, la più piccola, è riservata alla nostra chiassosa compagnia di otto persone e ad un altro paio di tavoli, oltre ad un televisore sparato a tutto volume che ho provveduto personalmente a spegnere sollevando le ire dei presenti, interessati più agli acquisti del Milan che alle libagioni.

Altre 2 sale tra ingresso e cucina e, dulcis in fundo, l’enorme salone che di sabato (voi provate a prenotare già tre giorni prima e all’altro capo del telefono qualcuno vi sorriderà amabilmente pensando che siate impazziti: c’è il pienone) è una specie di bolgia caotica, tra gli schiamazzi delle tavolate e i poveri camerieri col passo del bersagliere.

Detto questo, il contesto è quello tipico della trattoria: semplice, anonimo, funzionale e mirato alla gestione di un numero di coperti numeroso.
Questa sera è di scena il festeggiamento dell’ennesima dimissionaria dall’azienda per cui anch’io ho lavorato fino a poco tempo fa: si mangerà a crepapelle e scorreranno a fiumi il buon Pignoletto frizzante di Gaggioli e un modesto Refosco di Forchir.
Ed ecco che la gentile titolare, depositaria della “comanda” principale (seguiranno i camerieri, pazienti anche se non particolarmente professionali), ci raggiunge al tavolo e recita a memoria l’elenco delle delizie del giorno: ingordi come pochi, ordiniamo un tris di primi e crescentine con salumi e accompagnamenti vari.

I presenti, a partire da chi scrive, sono dotati di stomaco ben capiente ed elastico alla bisogna: abbiamo lasciato una buona metà di due dei tre vassoi.
L’unica pietanza spazzolata senza pietà è stata la gramigna con la salsiccia: buona e cotta alla perfezione la pasta e saporito anche se un po’ unto il sugo. L’ode al colesterolo, che raggiungerà il movimento solenne con i secondi, passa attraverso dei tortelloni con ricotta e porcini che si fanno mangiare, ma pesano mezzo etto l’uno: ricotta piacevole e funghi dimenticabili. Le tagliatelle al sugo di cinghiale sono invece più che discrete.

La celebrazione trionfale del rifiuto della dieta salutista avviene con la consegna al tavolo dei vassoi colmi di crescentine fritte e degli abbinamenti dedicati, tutti di buona qualità: pecorini dei colli bolognesi, squacquerone, sottoli e sottaceti, prosciutto crudo, coppa di testa, salame di Felino e, immancabile, la mortadella. Anche in questo caso è avanzata una gran quantità di derrate.

Nessuno – e ci mancherebbe – affronta i tradizionali dessert (zuppa inglese fatta con l’alchermes, mascarpone e così via): irrinunciabile il sorbetto, fresco, senza infamia e senza lode.
Il giro di amari finale è un must: il livello dei decibel è ormai fuori controllo e tra un Unicum, un Fernet Branca e uno Jaegermeister la conversazione vira su argomenti sempre più triviali, in attesa del caffè che dovrebbe mitigare l’incombente sonnolenza.

Il conto è stato pagato dalla festeggiata, ma credo sia ragionevole supporre una spesa media di 20/25€ che salgono almeno a 30 con i secondi di carne: in definitiva un buon rapporto qualità prezzo per un locale da frequentare in compagnia, senza pretese ma con un buon appetito.

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