Con la presente inizia una giocosa disfida recenso...

Recensione di del 11/10/2007

Prater

101 € Prezzo
4 Cucina
6 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Scarso
Prezzo per persona bevande incluse: 101 €

Recensione

Con la presente inizia una giocosa disfida recensoria tra lo scrivente e l’amico Lazzaroni; per quanti non ne fossero a conoscenza, infatti, perdura da sempre un’accesa rivalità di provincia tra Parma e Reggio Emilia: noi siamo bagoloni loro teste quadre, noi farfalloni loro operosi, noi prosciutto dolce loro aceto balsamico, noi teatro Regio loro municipale Valli, Parma 2 - Reggiana 0 del Maggio 1990, derby storico, a cagione del quale il Parma a.c. ottenne la promozione in serie A, ai cugini pugno di mosche e serie B. Appuriamo infine come si mangia da quelle parti…

Il tragitto.
Pressoché rettilineo: uscita A1 Parma centro, tratto Tangenziale seguendo le indicazioni per Reggio Emilia; imboccata infine la Via Emilia, altri otto chilometri privi di deviazioni, incontrando le Frazioni di San Prospero e Moro. Entrati infine in località S. Ilario d’Enza, porre attenzione all’indicazione per il centro storico: già si percorre Via Roma, non resta che parcheggiare l’automobile su pubblica via, nessuna tariffa di sosta richiesta, e chiedere delucidazioni ai passanti. Difatti, non v’è immediata evidenza del locale: sito in ala pertinente a complesso bancario, non ne ravviso l’insegna sin tanto ché un’edicolante, dirimpettaia in linea retta, me ne indica l’ubicazione giusto aldilà della strada.

Il luogo.
Varcata la soglia, in rapida successione: bancone del bar, armadio pei cappotti, corridoio provvisto di poltrone per una risposta educata a telefonata urgente; unica sala da pranzo, una quarantina di coperti l’uno attiguo all’altro, madia e mobile di servizio giust’accanto. Alti i soffitti, sfiati a vista; illuminazione a punto luce, faretti disseminati senza logica (apparente), buongusto incorniciato alle pareti. Infine, la finestra-vetrata non affaccia s’un paesaggio mirifico: una tenda tramata, allineata sino a fil d’infisso, cela la vista del contiguo muro prospiciente. Non definirei un tal contesto come raffinatamente azzeccato: eccezion fatta pei dipinti affissi, inattuale sposa meglio.

La tavola.
Prenoto mezzora prima del termine, un coperto ad attendermi; quadrato è il tavolo, l’ingombro minimo, sedute di legno chiaro connotate da schienale comodo, inaspettatamente accogliente. Sottopiatto abolito, plenum parziale di posateria: tre forchette tre coltelli, però niente cucchiai;
saliera già sulla tavola, secchiello pei vini a lato.

Stuzzico il pane, trovandolo incomprensibilmente raffermo: mezzodì infrasettimanale, fornaio a non più di cinquanta metri; non capisco-concepisco.
Carta delle vivande equamente suddivisa tra terra e mare, prezzi contenuti, elevato il numero di preparazioni di pesce contrassegnate d’avviso di possibile prodotto congelato. D’asterisco in asterisco, troviamo: capesante*, gamberi* e gamberoni*, crostacei*, pesce spada*, astice*; al ché preferirò per una comanda differente, parimenti non priva di dubbi.

La cantina.
Discreta, direi: qualcuno le ha prestato amorevoli cure. Referenze piemontesi e toscane in primis, chicche sparse, annate prudenti, Champagne ed etichette estere sfuse, esauriente selezione a complemento di dessert e meditazione; assenti i grandi Formati. Agevole il bere bene con spesa inferiore ai quaranta euro: volendo spaccare il centesimo, opto per un Chardonnay Napa Valley di Mondavi, annata ’98; versato, mi aspettavo di peggio; bevendo, pareva foriero di costante gradevolezza; sul lungo nota stonata, acido-fruttata, fastidio d’impronta alcolica. L’acqua naturale è Pejo.

La cucina.
Gradito un delicato assaggio di champignon e porcini scottati, attendo per un intervallo non indifferente il Godot di turno, Fiocco di cinta senese su polenta croccante. In realtà la dicitura di quest’ultima, “croccante”, si rivela erronea: “rovente”, risulterebbe più corretta. “Infuocata sì come salamandra”, sarebbe altra definizione acconcia: comprendo come la parta grassa del salume sovra adagiato debba fondersi alla polenta, ma avrebbe potuto fondere un paio di minuti in più in cucina, prima di essere servita, no? Sul salume, nulla da eccepire: carne acquistata in sito di provenienza, poi lavorata e stagionata nel parmense a cura del ben noto Salumificio Rossi di Fontanellato. Chiariamo, nulla d’eccezionale; rubando però una punta di burro, celato all’interno della guarnizione di lattuga, fra polenta e maiale compongo e mi concedo il boccone del re.

Proseguimento in calando: crêpe di prosciutto iberico e provola affumicata. Preparazione che mi lascia interdetto: sapore zero. Assaggio un ribes di guarnizione, il sapore perviene; assaporo allora un trancio di crêpe, il gusto è totalmente assente. Totalmente. Riprovo col ribes, poi con una mora, un frutto di bosco… ma, infine, v’è sempre il nulla; ammetto d’aver rimpianto quelle crêpes al prosciutto, tristi, che servono a colazione negli hotel.

Acceleriamo: gnocchi rosa al salmone con erba cipollina. Paiono gli stessi in vendita dal fornaio, quegli gnocchi pressoché uniformi, gommosi, né morbidi né farinosi; a ciò s’aggiungono, copiosi, dei brandelli di salmone malamente amalgamati, atti a sommare una quanto mai inopportuna salinità “marina” al tutto: altro piatto da dimenticare.

Bricioline d’agnello agli aromi: la carne è tenera, saporita (alleluia!) benché, considerata la levità d’apporto conferita da - e cito - aglio, alloro, rosmarino, salvia, prezzemolo, scarsamente aromatizzata; comunque sia, giunto a siffatto punto, consumo l’agnello e più non dimando.
Scorro la Carta dei dolci: cremino al caffè, semifreddo al pistacchio e torroncino, zuppa inglese, sfogliatine con crema Chantilly, ananas al maraschino… nulla mi attira.

Propendo allora per una selezione di formaggi, chiusura in crescendo: gradisco di pecorino, Parmigiano/r di 26 mesi, gorgonzola, camembert, caprino fresco; confettura di fichi, miele caldo e mosto cotto a dar dolce man forte. Accompagno tali bontà con un calice di Sherry; soprassiedo al caffè e mi appropinquo alla Cassa.

Riassumendo: bene i salumi, i formaggi, la cantina; quanto alla cucina, il voto è privo di rancore.

Il servizio.
Recente cambio di gestione in Sala: momento quanto mai infelice, quindi, per proporre un onesto parere ma tant’è; due persone, maître e - suppongo - patronne, a menar le danze. Il loro impegno s’è percepito, senza dubbio: gente d’onesta lena, questa, ben disposta pure nei confronti di un cliente strambo quale mi riconosco. Certo, ad onor del vero, s’è dovuto abusare non poco della reciproca pazienza, mia e loro s’intende, per raggiungere d’intesa un livello di servizio a mio dire consono; con undici tavoli contestualmente occupati, un inserviente a supporto non avrebbe guastato. Pazienza: confido che i due, prese le giuste misure al menage del locale, si faranno ben presto apprezzare per quel che sicuramente valgono; ad oggi, provetti padroni di casa in nuce.

Il conto.
Cucina 41 euro; cantina 40, formaggi 10, Sherry 5, acqua 2, coperto 3. Totale: 101 (scalato a 100)

In summa.
Non ho gradito secondo normali aspettative, e quest’è quanto. È pur vero che, limitatamente alle preparazioni di cucina, non ho speso un’esagerazione: quattro portate, quaranta euro. Francamente, però, non considero gl’eventuali quattrini in sovrappiù quali “risparmiati”, rimpiango invece i pochi (o tanti) ivi scuciti come infelicemente perduti. Ovviamente, la mia visita vale a mo’ d’episodio, penso il buon Lazzaroni sia, invece, ospite assiduo: egli è dunque da considerarsi, nella presente occasione ma non solo, assai più veritiero dello scrivente.
Lo attendo il mese venturo a Parma.

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