Eccoci a Oneta, sperduto microborgo cinquecentesco...

Recensione di del 30/07/2011

Taverna di Arlecchino

40 € Prezzo
10 Cucina
8 Ambiente
8 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Ottimo
Prezzo per persona bevande incluse: 40 €

Recensione

Eccoci a Oneta, sperduto microborgo cinquecentesco incuneato nel cuore della valle del Brembo; qui, si dice, o meglio leggenda vuole abbia avuto i natali una delle celeberrime maschere della Commedia dell’Arte: il variopinto Arlecchino. Tra minuscoli vicoletti ciottolati e case d’epoca ben conservate; pare, infatti, di respirare, vuoi un po’ per incombenza fame vuoi per scontata suggestione, un non so che di teatral-farsesco in un milieu quasi goldoniano e in un lieu apparentemente, a nostro vedere, preservato dai danni collaterali di uno sfruttamento turistico intensivo.

Ed è proprio nella presunta casa natale del suddetto (oggi museo visitabile su prenotazione) che è ricavata la nostra meta mangereccia: la Taverna di Arlecchino, e di chi sennò? Una vera chicca per il gourmand in cerca di sapori netti, decisi e precisi in un’atmosfera suggestiva e da un ovattante charme casalingo. Micro salette, pochi coperti, tavolacci lignei impreziositi da candide e chiccosissime tovagliette in lino, bicchieratura non alcolica multicolore, arlecchinesca appunto, calici giusti, insomma dettagli dalla pittoresca rusticità unita a un’inedita raffinatezza che ci distrae e ci cattura, così come ancor più dell’apprezzabilissimo corollario estetico ci cattura la sostanza edibile. Un crescendo di goduriose gourmanderie durante il quale genuine preparazioni "faites maison" svelano note ricercate, e di colore e di carattere, servite da una coppia di cordialissime ma non per questo meno professionali signore che paion accoglierci come s’accoglierebbe l’ospite in casa propria. Che pregevole rarità! Veniamo, dopo l’ormai inevitabile prologo atto spero più a incuriosire che a tediare il mangion lettore, al sostanzioso intermezzo.

Antipasti.
Tre antipasti della casa di salumi, frutti e orto: squisito salame bergamasco dove la naturale sapidità viene smorzata da una dolce venatura mostosa; pancetta della valle: grasso-scioglievole comme il faut; speck dall’introvabile morbidezza e dall’equilibrata speziatura; eccellente bresaola dal raro retrogusto fumé frutto di lenta asciugatura; dolcissime boules di melone e spicchietti di fico nero vanno a bilanciare armoniosamente la salinità degli insaccati e la saporita cremosità di un’indimenticabile formaggella d’alpe; giardiniera artigianale con perfetto equilibrio agro-dolce e magistrali consistenze. Insperata finesse, le notevoli tipologie di caldi pani autoprodotti: alle noci, alle cipolle, briosciato, integrale e dei pericolosamente buoni micropaninetti al rosmarino.

Primi.
Tre gnocchetti di patate con fondue di formai de mut. Ecchedire? Goduria pura per degli gnocco-maniaci con particolare compulsione verso il latticino stagionato la cui innata e cremosa piccantezza viene armonizzata dal dolce inconfondibile della patata rossa dello gnocco dall’ottima fattura casalinga proprio come li fa mammà e che bontà!

Secondi.
Due spezzatini di vitello ai funghi porcini, davvero lodevoli: carne dalle consistenze burrose e dal sapore dolce-fondente sostenuto dalla croccantezza vegetale e terrosa del porcino, freschissimo e riconoscibile, non ridotto alle usuali speziate poltigliosità.
Un cervo al Calepino, per il solito alcolizzato dall’appetito robusto in cerca di emozioni forti, la cui bontà è stata in grado di azzittire in tacita gustazione.
Il tutto accompagnato da abbondantissimo "badilame" di polenta taragna (ebbene sì, da noi vergognosamente bissata): superba, niente a che vedere con i soliti e "papposi" liquami o gli inaffondabili e indigesti mattoni che spesso altrove ci propinano; qui non si scherza con questo corpulento piatto povero, di recupero, trasformatosi nel tempo in golosità rara per la fisiologica inversione dei valori della tabella gastronomica: cremosità consistenti e mai cedevoli esprimono una dolce sapidità lattica. La difficile armonia che si ricerca qui la si trova in toto. Chapeau!

Dessert.
Due semifreddi ai frutti di bosco e un parfait di meringhe: ottimi e golosi senza appesantire nonostante le quantità generose che non si sono smentite, fortunatamente, nemmeno sul finale.
Due caffè, una Bracca frizzante e due bottiglie di Valcalepio rosso Surie riserva 2006: accattivante vino indigeno, colore violamoraceo, sentori di sottobosco appassito, lieve tannicità mai invasiva con retrogusto cinereo e tartufaceo, apprezzabile struttura e buona persistenza "pulita" alla beva.

Coplessivamente circa 40 euro par bouche, commuovente esiguità se si rapporta alla considerevole eccellenza dei prodotti intavolati.
A render ancora più tangibile la vaga suggestione teatral-farsesca testé citata, poi cresiuta proporzionalmente all’incedere del tasso alcolemico, ci imbattiamo (che sfacciata fortuna, lo ammetto) in un breve spettacolino allestito proprio fuori dalla taverna, dove un pregevole trio di teatranti ci hanno permesso un assaggio dell’inconfondibile piccante ironia della Commedia dell’Arte, chiamando in scena anche lui, l’invisibile padrone di casa Arlecchino, che si è via via materializzato nel corso della serata sotto effetto Calepino.
Caldamente consigliato al Mangione in cerca di rilassanti atmosfere dalla rusticità charmante e di un’ottima cucina casalinga, ma di carattere, di certo una rarità più che meritevole dei nostri convinti e spero convincenti complimenti.

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