Luci e ombre di questa esperienza

Recensione di del 30/05/2013

Filippo La Mantia - Hotel Majestic

87 € Prezzo
8 Cucina
6 Ambiente
4 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 87 €

Recensione

In questi ultimi anni, da Milano vengo spesso a Roma per lavoro e ho occasione di frequentare diversi ristoranti (quelli turistici esclusi!) della zona del centro.
Tra i vari locali, stavolta ho voluto provare quello di Filippo La Mantia, mitico chef di cui da sempre ho sentito parlare e sulle cui ricette mi sono cimentato. Devo dire che l’aspettativa era elevata, pur essendo consapevole che la sua cucina è focalizzata sulla tradizione siciliana, seppur rivisitata e con alcuni accorgimenti per renderla più leggera (ad esempio, l’eliminazione dell’aglio).
Entriamo nell’Hotel Majestic di via Veneto (potete usare il parcheggio dell’Hotel se siete in macchina oppure a circa 100 metri c’è la fermata del metrò Barberini), in cui siamo accolti con gentilezza e saliamo al primo piano, in cui si trova la sala del ristorante. Il corridoio che porta al salone è austero, marmi scuri, luci soffuse, lusso e riservatezza di alcune sale da pranzo private. Prima di entrare in sala veniamo accolti dalla direttrice, che ci accompagna al nostro tavolo. Ci sono a occhio circa 60 coperti, mi aspettavo di meno.

L’atmosfera è barocca: candelabri, drappeggi, specchi d’epoca, poltrone in legno e velluto, un po’ opprimente, anche perchè le poche finestre sono coperte dai tendaggi e non si riesce a vedere fuori. In sala è presente Filippo, che poi passerà ripetutamente. Vi anticipo che, stranamente, ho notato che il ristorante è privo di un maestro di sala che coordini e governi la situazione. I camerieri sfrecciano velocemente, a volte discutono tra loro in modo un po’ concitato; frequentemente appare il buon Filippo, che sembra quasi stranito, si limita a osservare e talvolta a parlare con qualche ospite. A fine serata, siccome il ristorante è pieno e il personale è visibilmente in affanno, lo vedremo pure apparecchiare un paio di tavoli, il che ci lascerà un po’ perplessi.
La sala ristorante è affollata. Notiamo con stupore che ci fanno accomodare accanto ad altri due ospiti, scostando un poco il nostro tavolino. Sinceramente non mi aspettavo questo accalcamento in questo tipo di locale, dove tra l’alto il volume della voce era mediamente alto: non dico che ci fosse chiasso, ma quasi.
Il personale di servizio ci è apparso non all’altezza del locale: un po’ troppa fretta nel muoversi e nel parlare, troppa attenzione alle cose da fare rispetto a quella verso gli ospiti.

Ci viene proposto un calice di champagne come aperitivo, ma, avendolo già preso fuori, gentilmente decliniamo.
Detto questo, ci viene portata la carta dei vini: vi sono diverse decine di etichette, sia bianchi che rossi. A parte gli champagne, si tratta di soli vini siciliani. Stranamente, ho notato che manca la cantina Baglio di Pianetto, che, pur avendo origini venete, mi aspettavo di vedere nella lista.
I prezzi dei vini mi sembrano onesti, ce n’è per tutte le tasche. Scegliamo un Don Pietro di Spadafora (un taglio di Catarratto, Grillo e Inzolia), bianco dal profumo armonico, ben bilanciato tra freschezza e sapidità, elegante e con note di miele e acacia, proposto a 26 euro.
Il coperto comprende un paio di tipi di paninetti fatti in casa, buoni e i grissini ai semi di papavero, sottili e stirati a mano, buoni, anche se un filo troppo grassi. Io li faccio simili (ma i miei sono più buoni).
I menù che ci vengono portati sono senza prezzi, non so se si tratta di una svista o di una politica voluta. Personalmente ritengo che un menù debba riportare i prezzi.
Se non ricordo male, la carta presenta circa 8 antipasti, altrettanti primi e secondi di pesce. Vi sono anche una decina di piatti a base di carne.

Come prima portata, ordiniamo rispettivamente un piatto di linguine con zuppetta di pesce e un cous cous al latte di cocco con cime di finocchio, barbabietole e sarde.
Le linguine sono ottime, leggere, adagiate su un brodetto bianco di molluschi e pesce in cui sono presenti diversi capperi, che danno un tono sapido e salino.
Il cous cous è un po’ "insulso", le sarde che lo adornano sono fresche e leggere, pur essendo fritte, preparate con maestria.
Innaffiamo il tutto col Don Pietro, che ci sta alla perfezione.

Come seconda portata, entrambi prendiamo un “panino” di triglia. Si tratta di un paio di filetti doppi di triglia di buona pezzatura, chiusi “a panino” e imbottiti di erbette e spinaci, accompagnati da un ragoût di favette (rigorosamente sbucciate), scorze di limone candite e pomodorini. Al centro del piatto, una salsina spumosa a base di maoinese color rosa, piccante (un po’ troppo). Ottima la triglia (qualche spinetta di troppo), un po’ coriacee le erbette, un po’ troppo dolce il limone candito, un po’ troppo piccante la salsa.

Come dolce, prendiamo una mousse di cioccolato al latte ricoperta di cioccolato e una cassatina siciliana. Ottima la mousse, buona la cassatina anche se un po’ troppo dolce: oltre alla pasta di mandorle che la ricopriva sia di lato che sopra, c’erano vari frutti canditi.
Accompagno il mio dolce con un calice di Gewürztraminer passito (12 euro).
Chiudiamo pagando un conto di 174 euro in due.
Concludendo, buona la cucina di Filippo, anche se con alcune smagliature. Mi aspettavo tanti piatti a base pesce crudo, che invece non ho trovato anche se, a pensarci bene, il crudo non fa parte della cucina siciliana.
Prezzi abbordabili. Personale di servizio non all’altezza del locale, in cui si sente la mancanza di un maestro di sala e che ho trovato con i tavoli un po’ troppo ravvicinati tra loro.

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