C’era una volta Felice: una trattoria a Testaccio ...

Recensione di del 11/09/2007

Felice a Testaccio

26 € Prezzo
7 Cucina
7 Ambiente
6 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 26 €

Recensione

C’era una volta Felice: una trattoria a Testaccio come ce ne sono ancora un mucchietto in giro per Roma, di quelle dove il menu è immutato e ruota solo in base ai giorni della settimana (…giovedì gnocchi, sabato trippa… in saecula saeculorum…). Non bella né dentro né fuori: con vetrine ”a fondo di bottiglia” giallastre che impedivano di veder dentro dalla strada e neanche un’insegna fuori, e tavoli spartanamente apparecchiati nella sala.

Ma se ne parlava, perché di lui, del vecchio Felice, circolavano fra chi non c’era stato, con la complicità compiaciuta dei fortunati frequentatori, storie che arrivavano a descriverlo come una specie di orco bizzarro: si raccontava che difficilmente concedesse un tavolo a chi non conosceva, salvo improbabili simpatie, ma che in compenso ai fornelli avesse un tocco magico. Non dirò “fatato” solo perché l’aggettivo, applicato alla cucina romana di popolana solidità, farebbe sorridere.

Io c’ero stata quando ero una garzoncella scherzosa e m’era rimasto un ricordo di certe alicette fritte da leccarsi i baffi: poi negli anni a venire l’avevo perso di vista. Si cresce, Roma è grande, si cambiano zone e frequentazioni… Avevo sentito di come avessero poi cambiato gestione, a seguito della sopraggiunta età pensionabile dell’ottantenne Felice, e di come il posto avesse subito un “piacevole restyling”: la cosa non m’era sembrata promettere bene.

Da alcuni mesi però con la mia dolce metà ci stiamo occupando della mappatura dei ristoranti romani, con encomiabile spirito altruistico (lo facciamo per voi! Vogliateci bene!): questo ha dato a Felice un posto nella nostra lista, e infine a noi un posto nelle sue sale.

Fiduciosi che a inizio settimana non ci sarebbe stato problema a trovare un tavolo, abbiamo telefonato subito prima di cena: ci hanno detto di non presentarci prima delle 22.30, quindi in generale consiglierei di organizzarsi e prenotare con un certo anticipo. Dire che fanno i “doppi turni” non è propriamente esatto: credo che di turni ne facciano quanti è possibile, dalle 20.30 fino a notte inoltrata, quindi tocca rassegnarsi a una certa fretta se si cena presto, e a ritmi tendenzialmente vorticosi.

Da fuori adesso il “nuovo” Felice ha vetrine con logo ben evidente: entrando, chi conosceva il locale si accorge del “restyling” che ha scoperto sotto al vecchio intonaco i muri di mattoncini della struttura originaria del palazzo, ha rinnovato una specie di “finto perlinato” modaiolo alle pareti, valorizzato il pavimento di marmette bianche e nere anni ’30. I toni di colore generali sono di un bruno neutro, che fa spiccare i tavoli con tovaglie rosse e coprimacchia bianco. Vuole suggerire l’aria di una rusticità tipica, solo che è tipica di oggi, non di ieri: sia chiaro, penso che il restauro sia stato fatto tutto sommato bene, ma del locale che era è rimasto poco o nulla, all’aspetto.

Si accede in una prima sala col bancone, e sulla destra si prosegue in due sale che sono state in pratica unite con delle demolizioni mirate: è qui che ci fanno accomodare, in un tavolo sufficientemente spazioso ma vicinissimo a tutti gli altri.
Il brusio è molto alto, i camerieri trottano qua e là, e il nostro arriva elencando i piatti disponibili fra un frizzo e un lazzo. Se volete un’idea con calma di quel che può esserci, leggete prima di andare il menu online: dentro il ristorante invece non c’è carta, quindi dovrete far sforzo di concentrazione. Se chiederete una carta lo troveranno molto buffo, quindi evitatelo…

Abbiamo deciso di iniziare con due primi: per il mio ragazzo dei Rigatoni alla Gricia, per me dei Tonnarelli cacio e pepe. Buoni i Rigatoni anche se senza picchi, ma devo invece ammettere: spettacolari i Tonnarelli. Vengono portati in tavola e mantecati al momento dalle mani esperte del cameriere, e sono una porzione abbondante (come tutto in generale) e di bontà veramente rara. Difficile trovarne di simili: pasta fresca fatta in casa e nessuna sovrabbondanza di grassi, solo cacio, pepe, e il leggero fondo di cottura della pasta per amalgamare tutto. Probabilmente i migliori Cacio e pepe mai assaggiati da me.

Per proseguire il mio ragazzo ha chiesto una porzione di polpette al sugo, e ci sono state portate con un piattino perché potessi assaggiarne anche io: discrete ma nulla di indimenticabile.

Abbiamo deciso di chiudere con due dolci: una fetta di torta Black Forest per me, con cioccolato fondente, panna e amarene, più che discreta; un semifreddo alla menta e cioccolato per il mio ragazzo, piuttosto anonimo.

La cena è stata accompagnata da una bottiglia di vino laziale che ho trovato veramente buono, e con un eccellente rapporto qualità prezzo: un Fontana Candida Terre dei Grifi Frascati superiore, dal gusto molto morbido e profumato.


Copio dal conto: “2 pane” (=coperto! Grrr) 2 euro; 1 vino 10 euro; 1 acqua 2 euro; 2 primi 17 euro; 1 secondo 10 euro; 2 dolci 10 euro; 2 caffè 2 euro. Totale 53 euro, lo definirei buono.

Riassumiamo: cucina romana con vette di grande maestria, e livello di base comunque discreto; ambiente da trattoria per affollamento e rumorosità, che però grazie ad arredi e sistemazione nuovi di zecca e ben studiati riesce a accattivare un vasto pubblico, di svariate età. Nota secondo me fastidiosa il servizio, che sebbene gentile, gigioneggia troppo e tende a recitare un ruolo di romanità verace decisamente sforzato. Preferirei che fossero meno “simpatici” e più spontanei, anche a costo di rinunciare a qualche battuta romanesca che, in quanto romana, ho già sentito almeno cento volte. Do comunque un 6 politico (a volte ho il dubbio di essere acida io), avvertendo chi ci andrà di portar pazienza.

Comunque la loro Cacio e Pepe vale veramente la pena, e almeno una volta tocca andarci! Io credo che, saltuariamente, ci tornerò.

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