Sabato sera: decido di provare questo locale da pa...

Recensione di del 31/03/2012

Al Ferarùt

58 € Prezzo
8 Cucina
7 Ambiente
8 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 58 €

Recensione

Sabato sera: decido di provare questo locale da parecchi anni ai vertici della ristorazione friulana. Rivignano è un piccolo paese dell’entroterra a pochi chilometri dalla uscita della A4 per Lignano Sabbiadoro, centro balneare frequentatissimo da austriaci e turisti dell’est Europa. Il Ferarut si trova nella immediata periferia del paese e fa parte di un grande complesso con bar e trattoria tipica: la proprietà è tutta della famiglia Tonizzo, con Alberto alla guida del ristorante e sua sorella a seguire la trattoria.
Ci accoglie il padre di Alberto, Guerrino, figura d’altri tempi per personalità e modi di fare: è lui il vero anfitrione che, con estrema gentilezza, ci fa scegliere il nostro tavolo e ci racconta brevemente la storia del ristorante a partire dal nome. Sì perché Ferarut non è altro che la particolare lampada con la quale l’oste scendeva in cantina ed illuminava le etichette dei vini scegliendo la bottiglia più adatta all’occasione. L’ambiente è molto spazioso con tavoli ben distanziati e sedie decisamente comode. L’arredamento è di una eleganza contenuta, forse un po’ datata, con troppo spazio, a mio avviso, dedicato al legno cosa che tende un po’ a incupire l’atmosfera.
In sala due camerieri molto giovani ma decisamente preparati e comunque continuamente guidati dall’occhio attento di Guerrino.

Il menù prevede due degustazioni, mare e terra, rispettivamente con sette e sei portate, al prezzo di 80€ e 75€ ma preferisco scegliere alla carta come mia consueta abitudine.
La prima cosa che capisco è che ad Alberto (facente parte dei Jeunes Restaurateurs d’Europe) piace cucinare il pesce: troppo più accattivanti le descrizioni dei piatti di pesce, “messaggio nella bottiglia”, “gli abitanti del mare”, “croccante frittura adriatica con ketchup al rafano”, rispetto ad un “fegato di vitello alla salvia” o ad una “spalla di vitello stracotta”. Logicamente propendiamo anche noi per la strada ittica ed ordiniamo: “ricciola confit”, “calamaretti pennini, ricotta di capra”, “nasello istriano al vapore” e “seppia brasata con pancetta tostata”. Accompagniamo il tutto con acqua ed il Brut base di Cà del Bosco.

Nell’attesa arriva pane di diversa fattura (buono) ed un appetizer, presentato su originale piedistallo, formato da un cono di gelato alla carota, da un biscotto bucaneve al burro di malga ed un cren fritto con formaggio montasio, il tutto molto piacevole anche se il risultato estetico, a mio avviso, è lievemente superiore al risultato gustativo.

Giungono i due antipasti.
I piccoli calamaretti appena scottati e ripieni di ricotta di capra sono accompagnati dai loro tentacoli fritti e da una mela grattugiata all’alloro a dare croccantezza ed acidità ad un piatto che sarebbe già stupendo nella sua iniziale semplicità. Il trancio di ricciola è cotto a bassa temperatura sottovuoto e viene presentato con erbette di campo, salsa dolce al pepe e gelato all’anice. Non male, ma il piatto risulta di difficoltosa comprensione e forse non troppo equilibrato.

Breve attesa ed arrivano le altre due portate.
La seppia è apparentemente un piatto “tranquillo”: leggermente gratinata con filamenti di pancetta tostata e nuovamente con la frittura dei tentacoli. Ben fatta ma conosciuta.
Ben diverso l’altro secondo con un trancio di nasello cotto al vapore (accompagnato da una giardiniera croccante e da una salsa alla menta) che viene irrorato al momento da una acqua di mandorle al limone. Piatto delicatissimo laddove il grande impegno di preparazione non viene ripagato, secondo chi scrive, da un altrettanto importante salto di qualità.

Abbiamo posto anche per un dolce.
Per la mia compagna un “emisfero australe”, composizione di gelato e chicchi di caffè, cannoli allo zenzero con cioccolato amaro e frutta tropicale (discreto); “nuvole all’amarena” per me, piatto esteticamente molto bello, con panna, amarena e cioccolato caldo fondente a creare un effetto gustativo di insieme decisamente positivo. Non prendiamo il caffè, ma ci viene offerta comunque della ottima piccola pasticceria (se non ricordo male, praline e baci di dama).

Esperienza positiva: Alberto Tonizzo si conferma giovane chef di talento, aperto a recepire e sperimentare tutto ciò che c’è di nuovo nel mondo gastronomico, ma con i piedi ben attaccati alle materie prime della terra friulana. Come spesso succede in gioventù, non tutto riesce a pennello ma la strada mi sembra già segnata e ben visibile. L’amore per i contrasti di sapore e di temperatura, i moderni modi di cottura ed un innato senso dell’estetica sono nel suo dna: prevedo una rapida crescita ed il raggiungimento di quegli equilibri gustativi che già parzialmente si apprezzano nella sua cucina.

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