Sono qui a Ibla, sorseggio un'aperitivo a pochi me...

Recensione di del 22/09/2010

Duomo

162 € Prezzo
7 Cucina
8 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Scarso
Prezzo per persona bevande incluse: 162 €

Recensione

Sono qui a Ibla, sorseggio un'aperitivo a pochi metri dal Duomo, aspetto la mia compagna per andare a visitare l'altro Duomo, anch'esso un monumento, ma della ristorazione siciliana. Non ci sono mai stato e l'aspettativa è molta dopo i tanti piatti visti con l'acquolina in bocca su riviste e tv. Pochi passi e siamo alla porta, entrato, la prima impressione è quella del buio, la luce è quella naturale ma il cielo è coperto, comunque ci fanno accomodare nella prima saletta in un tavolo di fronte ad un grazioso terrazzino che si apre sul verde della campagna e da cui arriva luce. Una casa d'epoca, tapezzerie alle paretri, artigianato siciliano, accogliente, tavoli distanti, comode poltroncine bianche Frau, tovagliato in lino, bella mise en place.
Ciccio Sultano ci dà un'occhiata dalla porta della cucina, non lo rivedremo più.
Siamo gli unici clienti. Importante la carta dei vini. Arriva l'imponente Di Stefano, socio e direttore di sala, a cui dico che io vorrei un menu degustazione mentre la mia compagna preferirebbe pranzare alla carta non sentendosela di affrontare troppi piatti, ma mi risponde subito, senza offrire alternative o compromessi, che non è possibile, essendo i tempi diversi, e l'unica concessione è quella di qualche piatto in meno ma sarà disattesa, sarà completo anche il suo. Raramente ho riscontrato, a questi livelli, così poca disponibilità verso il cliente.

Ci viene offerto l'aperitivo, arrivano i pani, vari e molto buoni e delle appetitose "scacce", in particolare quella farcita di melanzane, il ricordo più vivo del pasto, per me.
Poi resta poco nella memoria delle mie papille, dopo una burrata con non ricordo, gli antipasti, un susseguirsi di cucchiai giocati su contrasti di consistenze e temperature, come poi il bicchiere con burrata, crema di mandorle ed un piccolo polpetto, il gambero bianco ed acqua di mandorle e un cucchiaio di passatina di ceci, baccalà alla salsa di timo.
I primi, poco legati e dal gusto evanescente, come gli arriciatilli?, forse, con gamberi rossi e non ricordo, busiati con agnello e tenerume.
I secondi, triglia e non ricordo, e finalmente una cosa che ricordo bene, il maialino nero dei Nebrodi, morbido, profumato e finalmente di mio gusto. Le descrizioni sono approssimative, ma i piatti erano complessi, con tanti ingredienti, troppi per le mie papille a cui il sapore più ricorrente rimasto è: non ricordo.
Confusi anche i dolci, un sorbetto al fico d'India, pistacchi e mandorle, un cannolo siciliano, salsa di fichi e gelato di mandorle. Prima dei dolci ci è stato cambiato il tovagliolo.
Una buona piccola pasticceria e un caffè chiudono il pranzo.
Per il vino abbiamo scelto il servizio al bicchiere, due bianchi per ambedue ed un rosso per me, di buon qualità, e serviti con gentilezza ed affabilità dall'addetto ai vini.

In conclusione. Un pranzo strano, la cucina di Sultano così barocca come la sua città, basata sull'aggiungere si scontra con la mia visione della cucina(ed anche dell'Arte), al contrario centrata sul togliere, che non ama gli orpelli ma l'essenzialità. I piatti sono originali, unici, forse gli ingredienti si ripetono un po' troppo, certo non si mangia male, ma certamente, almeno oggi, non si è mangiato come piace a me, ed anche alla mia compagna. Ed un piccolo appunto, si respira, come in alcuni altri bi e tristellati locali, poca passione ma un'aura di sottile supponenza. Non nel personale.

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