E’ un’istituzione a Pavia il ristorante “la Serre”...

Recensione di del 13/09/2010

Bardelli

50 € Prezzo
7 Cucina
9 Ambiente
8 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 50 €

Recensione

E’ un’istituzione a Pavia il ristorante “la Serre” del patron Bardelli, che sin dal lontano 1974, dai tempi dei suoi primi passi al Barracuda, ha lasciato un segno importante nella ristorazione pavese. Ed il Ticino è una componente essenziale che si affianca a Bardelli in modo indelebile e che ne è ormai diventata parte integrante dell’offerta: infatti dal momento in cui ha spostato la sua sede dal “grattacielo” del Palace Hotel, a specchio sul fiume, alla palazzina stile Liberty, sede storica della Battellieri Colombo, il ristorante si ritrova direttamente adagiato lungo la riva sinistra del Ticino.
E’ un lunedì mezzogiorno alquanto uggioso quando, senza prenotare, mi presento in compagnia di mio padre alla ricerca di quel “risotto” che, dopo anni di frequentazioni del locale per riunioni conviviali con associazioni del territorio, è rimasto nella memoria con impronta indelebile.
Veniamo accolti da uno dei due camerieri in smoking che assistono ai tavoli. Siamo doppiamente fortunati, non solo perchè veniamo accettati pur senza prenotazione, ma anche per il fatto di essere fatti accomodare nella seconda sala, una veranda con splendida vista sul Ponte Coperto. L’ambiente è elegante, con piante ornamentali a fungere da divisorio tra un tavolo e l’altro, che danno sensazione di riservatezza, nonostante gli spazi siano abbastanza ristretti. Tendaggi leggeri a tinte tenui fungono da controsoffitto e contribuiscono a dare eleganza: le persiane chiuse delle finestre del corpo principale dell’edificio, che inframmezzano le pareti, ci ricordano di tanto in tanto il fatto di essere in una veranda, nonostante la cura degli arredi e nella pavimentazione tendano a farcelo dimenticare.

Siamo in un tavolo rotondo a ridosso della porta che comunica con la cucina. Una tovaglia bianca è la base per l'apparecchiatura con stoviglie di classe: spicca sul tavolo la tradizionale alzata di frutta, che consente di concedersi a piacevoli divagazioni e "spiliccature" tra un piatto e l’altro. Ci portano il menu e la carta dei vini, nel frammentre in cui l’acqua minerale viene servita in una brocca con elegante tappo di vetro. L’offerta è basata su ingredienti tradizionali, ma noi si va diritti sul risotto, offerto oggi dallo chef con carciofi. La carta dei vini non è estesa ma densa di buone etichette. Andiamo per un Bonarda giovane dell’Oltrepò, denominato “D’Amble” cantina Ca di Frara. La bottiglia ci viene stappata al tavolo ma, sicuro del fatto suo, il cameriere non ce lo fa assaggiare, servendocela direttamente al bicchiere. E nel suo azzardo ha ragione, perchè la Bonarda è allineata alle aspettative, con tannicità contenuta e retrogusto intenso e persistente.

L’attesa viene ingannata da un piattino con quattro fette di cacciatorino decorate con un ciuffo di prezzemolo, che compendiano un’eccellente focaccia, presentata a spicchi e già pronta alla degustazione.
Arriva nei giusti tempi il risotto, portato in terrina e servito dal carrello al cucchiaio nei due piatti. La cremosità è tale che il riso si spande naturalmente sui bordi del piatto, senza strabordare. Non opto per alcuna formaggiatura, a differenza di mio padre che si trova il piatto ricoperto di parmigiano. Il riso è il protagonista assoluto, facendo dimenticare la presenza dei carciofi che in ogni caso danno equilibrio al sapore, senza però peccare di protagonismo. La mantecatura si mantiene fino alla fine così come la consistenza del chicco, che di grana medio grossa, non perde di personalità al palato, senza però essere eccessivamente al dente.

Soddisfatti dal risotto, andiamo per due secondi relativamente leggeri, puntando sulla qualità degli ingredienti. Io sono servito di un “carpaccio di manzo alla piemontese”: la carne sottilissima è presentata con scaglie leggere di grana e pomodori, con un filo d’olio ad insaporirla. Sull’esterno del piatto, del trito di prezzemolo funge da decorazione. Mio padre si concede dei “rognoncini flambée al cognac”, che, come il mio carpaccio, si lasciano mangiare senza però lasciare traccia nella memoria.

Chiediamo notizie dei dessert disponibili, che ci vengono enunciati dal precisissimo assistente di tavolo. Mi lascio tentare da una “crostata di albicocche”: eccellente la pasta frolla, ma assolutamente inadeguato il passaggio al microonde che rende bollente la confettura, che diventa approcciabile solo dopo qualche minuto. Meglio la boule di amaretto scelto da mio padre, che dà differente soddisfazione.
Chiudiamo con due caffè ed un conto che chiama 100 euro tondi tondi: apprezzabile l’assenza di coperto, con il primo a pesare mediamente per 13 euro, il secondo per 19 euro, il dolce per 7 euro ed il caffè per 2 euro.
Ambiente elegante, sostanziato da servizio preciso: la cucina, risotto straordinario a parte, si perde nella monotonia.

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