Tra i ristoranti di più lunga tradizione a Pavia n...

Recensione di del 07/09/2010

Antica Osteria del Previ

43 € Prezzo
8 Cucina
8 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Scarso
Prezzo per persona bevande incluse: 43 €

Recensione

Tra i ristoranti di più lunga tradizione a Pavia non può sfuggire l’Osteria del Previ, situata in Borgo Basso, immediatamente a ridosso del Ponte Coperto. Via Milazzo è zona molto caratteristica, prossima al passeggio del centro, anche se di suo completamente a sè stante: sarà perchè è dall’altra parte del fiume e per questo pregna di una “pavesità” accentuata, che ben si declina nell’ambito della ristorazione con diversi locali racchiusi in poche centinaia di metri. Trattandosi di un martedì mezzogiorno e trovando l’occasione di saperlo aperto, ne approfitto per una capatina dal Previ in compagnia di mio padre.

L’ingresso è abbastanza nascosto sotto un ampio androne, illuminato da una lampada a lanterna: il menu è esposto in bacheca e colpisce anche la disponibilità di traduzione in inglese, cosa non del tutto ovvia in quel di Pavia. Una volta entrati, veniamo accompagnati nella sala principale, a destra di quella d'ingresso, dove fanno bella mostra vetrinette con diverso vino di "buona etichetta". L’ambiente, con soffitto a travi a vista e pavimentazione in cotto, è diviso in due dalla presenza di un arco situato a mezza stanza. I colori pastello la fanno da padrone, con giallino in basso e rosa tenue nella tinteggiatura superiore, che ben si sposa col fucsia dei tendaggi alle pareti. Quadri raffiguranti scorci di fiume fanno naturalmente tendere lo sguardo alle due finestre in fondo, da cui si intravede lo scorrere del Ticino. I tavoli sono abbastanza ravvicinati con sedie rosse di legno ad alto schienale. La tovaglia è di stoffa pesante blu, così come il tovagliolo. Il posto tavola è molto curato con doppia posateria e doppio bicchiere. Siamo serviti da una solerte cameriera che ci porta il menu e carta dei vini: c'è ampia disponibilità di etichette da tutta Italia a ricarichi accettabili.
Fa piacere trovare nell’offerta del menu piatti con ingredienti tradizionali, come rane, storione e gamberi di fiume.

Pertanto, decidiamo di concentrarci sul pesce e partire con un “riso venere con baccalà mantecato, olive taggiasche e capperi di Pantelleria”.
Nel frattempo ordino il vino, optando per un Pinot Nero (vinificato bianco) dell’Oltrepò, cantina Andrea Picchioni, che avevo modo di apprezzare in passato.
Ci viene portato il cestino del pane (che presenta tagli di micca e grissini non industriali) e di lì a poco anche il vino. Purtroppo la bottiglia è già stappata e non ho il coraggio, al momento della richiesta dell’assaggio, di far notare che si tratta "si" di Pinot Nero del Picchioni, ma rosso e non bianco. Poco male perchè il vino, denominato “Arfena” Riserva, del 2008, è ottimo, profumatissimo e dal corpo decisamente morbido, nonostante abbondante presenza tanninica: però se la bottiglia fosse stata stappata al tavolo, si sarebbe potuto ovviare all’errore e tornare al bianco della scelta originaria.

Per ingannare l’attesa viene servita una fetta di prosciutto crudo e dopo poco arriva anche il risotto, decisamente ben presentato in ampio piatto. Il colore violaceo scuro del riso venere fa da contrasto al giallastro del baccalà, che lo sormonta, con i capperi a corona esterna del piatto. Il chicco del riso è piccolo e croccante e si lascia ben amalgamare dalla sapidità dei capperi e delle olive. Il piatto è reso poi intrigante dalla presenza della mantecatura del baccalà che permette a piacere escursioni di sapore diverso, ben in equilibrio col resto.

L’Arfena del Picchioni si ossigena e, migliorando, ci ossigena nonostante l’arrivo dei secondi faccia un poco rimpiangere la mancanza del “SoleLuna” bianco. Infatti, continuo sulla falsariga di pesce, esattamente come avevo iniziato con un “guazzetto di storione, rane, gamberi di fiume e funghi porcini freschi”. Nella fondina, corredata di due fettine di pane abbrustolito, il guazzetto si dimostra saporito senza però avere predominanza di aglio, che spesso uccide l’intepretazione di questo piatto. Lo storione e i gamberi rilasciano sapore senza perdere consistenza, rimanendo duri all’assaggio. Le rane, se vogliamo un po’ pochine di numero, sono gustose, mentre lasciano poca traccia i porcini. Un piattino di supporto raccoglie i resti, mentre mancherà la gentilezza di una bacinella o equivalente per pulirsi le dita, “protagoniste” principi della spolpature delle rane del guazzetto. Per mio padre, il baccalà alla pavese è di soddisfazione, anche se forse di sapore un po' monocorde, che non lascia sorprese fino alla fine.

Chiudiamo coi dessert: si va entrambi con un “semifreddo alla vaniglia con salsa al cioccolato fondente 70% Amedei”. Bella presentazione, buono il tutto, ma la quantità si dimostra decisamente modesta e più assimilabile ad un assaggio di classe che ad un dolce da osteria. Con due caffè si va al conto di 86 euro, in cui i primi pesano per 18 euro, i secondi per 28 ed i dolci per 14, con apprezzata assenza di ricarico per il coperto.
Buona esperienza, con una cucina complessivamente capace di non stravolgere ingredienti tradizionali, ma di interpretarli con una risultante mai anonima. E' tutto positivo, ma è forse necessario uno sforzo ulteriore per allinearsi allo standard medio-alto a cui il locale dà l’impressione di voler tendere.

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