Avevo inserito da tempo questo ristorante nella li...

Recensione di del 26/01/2011

Ai Due Platani

29 € Prezzo
8 Cucina
8 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 29 €

Recensione

Avevo inserito da tempo questo ristorante nella lista di quelli da provare a Parma ed oggi se ne presenta finalmente l’occasione con il mio compare di tavola che ci è stato poco tempo prima. Il locale si trova nelle campagne alla immediata periferia sud di Parma, è abbastanza facile da raggiungere attraverso le solite strade della zona, che si snodano seguendo la topografia del terreno, un po’ rialzate rispetto al territorio e larghe un millimetro di troppo quando si incrocia un altro veicolo.
Il punto di riferimento da tenere è quello della vicina chiesa, di un bianco accecante, di fianco alla quale è anche facile trovare un posteggio. Il locale è una casa colonica in mattoni marrone a vista con l’ingresso affiancato da due finestre con la grata grigia come le tende che la riparano. Evidentissimi per tutti, tranne che per me che gli ho notati solo alla uscita, i due platani proprio all’ingresso.

Entrati ci si trova di fronte ad un lungo corridoio sulla cui sinistra è posizionata la cassa ed in fondo al quale vi è la sala da pranzo, giusto per non smentirmi scambio subito un avventore che sta andando in bagno per il maître e segnalo a lui della nostra prenotazione: ridiamo e proseguiamo verso la sala in fondo.
La sala è luminosa e strutturata su due ambienti, i muri sono spugnati in giallo, frutto di una recente ristrutturazione mentre il pavimento con lavorazione con piastrelline bianche 10 per 10 messe a croce e una piastrellina scura centrale, retaggio sicuramente di una precedente ristrutturazione a cavallo degli anni 70. Oltre ai tavoli ben spaziati l’arredamento è fatto da diverse madie e vetrinette in legno scuro che fungono da spartiacque fra gli ambienti e da diversi attrezzi in legno, appesi alle pareti, sulle madie bicchieri oppure, come in quella vicina a noi, bottiglie di olio e piccole bottiglie di aceto balsamico.
Il nostro tavolo è quadrato con il suo tavolino portavivande di compagnia, le sedie sono impagliate in legno, la tovaglia è a scacchi con coprimacchie in cotone chiaro. Sul tavolo un bicchiere a bulbo in cristallo per acqua, una piccola zucca decorativa color panna e due piccoli cestini di vimini con tovaglietta già riempiti con piccoli paninetti.

Ci portano subito i due menu, ma non la carta dei vini, e ci chiedono solertemente quale acqua vogliamo, per portarci subito la freddissima gasata richiesta; ovviamente la richiesta era per la gasata, non per la temperatura parapolare del liquido.
Guardiamo la carta, sugli antipasti abbiamo il tripudio dei salumi che occupano una intera pagina, sui primi in evidenza e con dignità di una sezione riservata vengono messi i tre classici tortelli, erbette, spalla e zucca (più tardi scoprirò che nel blasone del locale vi sono ben due premi consecutivi per il miglior totello di zucca dìItalia). Interessanti comunque le altre proposte dei primi con vari condimenti, lumache, sarde, ragù d’agnello, ma quello che attira la nostra attenzione sono sicuramente i secondi.
La lista presenta diverse proposte interessanti e non è facile per noi decidere, sono tentato dalla coscia d'anatra e dalle costolette d’agnello con i pistacchi e più di tutto avrei voglia di mettere alla prova il locale con la prova suprema, la coscia ed il petto di piccione. Considerando però che il piccione ha una sua precisa metafisica della degustazione che richiede tempo, tranquillità e predisposizione di spirito lo accantono a malavoglia e mi butto sul petto di faraona con la mostarda di zucca.

Ovviamente l’antipasto di salumi con la torta fritta è un must per ingannare l’attesa e nel frattempo ci misuriamo con il vino, ci viene proposto il Lambrusco della casa (che sarebbe perfetto per l’antipasto) ma non è nelle mie corde, oggi richiedo la carta dei vini. L’arrivo della carta rappresenterà l’unico momento di attesa di tutto il pranzo, ci verrà portata pochi secondi prima dei salumi non lasciando tempo nè per esaminarla e darne un giudizio nè per fare una scelta ponderata. Essendo partiti comunque con l’idea di prendere una mezza bottiglia dopo aver visto servire una 365 di Sagrantino al tavolo di fianco, e qui faccio un plauso al locale essere fra i pochi che si distinguono tenendo in carta le bottiglie piccole, guardo velocemente fra quelle disponibili e vado per quella che mi sembra la più consono ovvero un Valpolicella. Per essere più precisi è un Valpolicella Ca’ Fiui di Corte Santalda, Corvina Grossa, Corvina Veronese, Rondinella e Molinara, poco impegnativo con i sui 12.5 gradi, facile al palato e di buona compagnia.

Arriva intanto l’antipasto, un piattone di salumi, un bel piatto di torta fritta, una ciotola di cipolline ed un piattino di gorgonzola reclamato a gran voce dal mio amico durante la comanda.
La torta fritta è di piccole dimensioni, dei quadrotti da non più di tre centimetri di lato, con una pasta abbastanza spessa. La qualità del prodotto è molto alta, sono leggere, con il giusto livello di sapidità che ne fa la tavolozza ideale per il gusto dei salumi, nè troppo nè poco salate e soprattutto per niente unte, le si può prendere tranquillamente con le mani senza sentire la necessità di pulirle subito nel tovagliolo.

Vediamo in ordine sparso cosa prevedeva comunque il carosello di salumi.
Spalla cotta, buona qualità anche se non ha lasciato particolari ricordi.
Lardo di maiale nero, delle fette rettangolari con predominanza di un rosso molto intenso rispetto alle venature di bianco, con un sapore che non aggredisce come l’intensità cromatica potrebbe far pensare. Ottima anche se sono rimasto un po’ deluso dal fatto che il sapore non aggrediva come ci si sarebbe aspettato.
Prosciutto crudo 30 mesi, un bel prosciutto della parte vicino all’osso con la giusta venatura di grasso, tagliato sottilissimo, si abbarbicava perfettamente alla torta fritta. Prodotto di qualità eccelsa, da solo valeva il piatto.
Salame, fette tagliate diagonalmente con lo spessore di circa un centimetro, grana piuttosto piccola. L’attacco voracemente e vengo giustamente richiamato all’ordine dall’amico che mi impone di assaggiarlo e gustarlo con calma assaporando tutti i sapori suoi e della torta fritta che lo accompagna. Faccio ammenda, ricomincio e devo dire che l’esperienza è veramente notevole.
Coppa, buona qualità, ben stagionata, come per la spalla cotta non lascia però particolari ricordi rispetto alle altre portate.
Mortadella avvolta nella cotenna, fette sui 10 centimetri, carne chiara, senza pistacchi, vellutata al palato, un sapore molto delicato che fa sì che debba essere mangiata per prima per non rischiare che venga annullato da quello degli altri salumi. Ovviamente come il solito la chiamo Bologna e per la centesima volta in questa zona devo spiegare che da noi così si chiama il prodotto perché la mortadella è tutt’altra cosa, un salume bello scuro prodotto con il fegato di diversi animali e che trova la sua massima espressione nelle comunità Walser ai piedi del Rosa.
Cipolline sottaceto, sono cipolle bianche di media dimensione, molto scure per l’aceto, morbide al palato e dal gusto intenso.
Gorgonzola! E qui c’è la sorpresa. Il mio commensale si raccomanda di portarlo ed io accetto la cosa anche se, con metà famiglia ancorata al Novarese e con il prossimo riconoscimento pure del Gorgonzola Varese sono abbastanza scettico sul dover andare a Parma per mangiarsi un buon gorgonzola. Formaggi e buoi dei paesi tuoi, insomma. Ci danno un piattino con il suo coltello, il formaggio è molto bianco, poche tracce di erborinatura, con parti di buona consistenza circondate da parti semiliquide, impressione molto positiva quindi anche già all’esame visivo. Vinco la diffidenza, lo metto sulla torta fritta e lo assaggio: qualità altissima, mai e poi mai mi sarei aspettato di dover andare a Parma per mangiare un grande gorgonzola in un ristorante. Peccato non aver chiesto la zona di produzione.

Nei pochi attimi di attesa dei nostri secondi vediamo portare al tavolo di fianco una costata di impressionanti dimensioni ricoperta da un sughetto chiaro con pezzetti di qualcosa che non riesco a individuare, molto invitante. E molto abbondante lasciando quindi un po’ di delusione quando scopriamo che le porzioni dei nostri secondi son invece un po’ ridotte.

Petto di faraona al forno in agrodolce con mostarda di zucca ed uva. La presentazione è cromaticamente interessante e provo ad allegarne anche la foto. Una semifondina tonda, il petto chiaro disposto sulla sinistra, spolverato di aromi scuri e adagiato sulla salsa arancione intenso, la corona esterna fatta alternando le striscioline di mostarda di zucca con i mezzi chicchi di uva scura. Il petto è stato già inciso per assorbire meglio il sugo, la carne ai lati risulta non completamente morbida mentre quella al centro "si scioglie in bocca". Nella salsa marinata predomina nettamente il sapore degli agrumi, l’abbinamento con il gusto della faraona è azzeccato e perfettamente integrato da quello delle erbe, fra cui si riconosce rosmarino e maggiorana, o almeno li riconosco io, tutto sempre da prendere con beneficio di inventario, ovviamente.
Stupenda la mostarda di zucca, molto compatta nella polpa con una piccola buccia scura molta docorativa, perfetta come abbinamento a questo piatto. Dell’uva si può dire solo che era lì, non sono riuscito ad apprezzarne lo spirito all’interno del piatto.

Brasato di manzo con polenta fritta, piatto fuori lista che è la scelta del mio amico. Una unica fetta tonda, alta, con carne compatta coperta da un sugo molto scuro ed uniforme. La polenta è anch’essa alta e molto compatta. Carne estremamente morbida, gusto forte ed intenso, il piatto alla fine sembra uscito dalla lavastoviglie da quanto è stato accuratamente ripulito da ogni traccia di pietanze e condimenti.

Segnalazione a latere, sempre curiosando fra quello che passa vedo transitare una scaloppa di foie gras dall’aspetto molto invitante anche se desiderosa di tempo ed attenzioni quasi quanto un Piccione.

Stranamente. Mirabile dictu, non prendiamo il dolce, cosa più che inusuale per noi. E ce ne pentiamo anche se noi resistiamo stoicamente. Per prima cosa veniamo messi alla prova dal tavolo dietro di noi prende una zuppa inglese di dimensioni imperiali, ma soprattutto è quando il tavolo “ad ore 7” prende lo zabaione caldo con la sbrisolona che il nostro stoicismo sembra vacillare pericolosamente. Vediamo arrivare un crogiolo semicilindrico probabilmente utilizzato per la produzione di palle di archibugio e da questo vengono estratti con un mestolone da minestra dosi industriali di crema di zabaione che viene messa in una doppia fondina che per forma e dimensione ricorda più un cappello da monsignore che un piatto. Vedere questa dose enorme di crema giallo intensa con una consistenza tutta sua che le permette di svettare reggendosi solo sui propri delicati equilibri è una visione paradisiaca. Ma noi vinciamo la voglia di ordinarla, vinciamo la necessità di chiedere ai vicini di assaggiare il poco rimasto, e vinciamo la tentazione di infilare le dita nel crogiolo quando il cameriere che sta sparecchiando ci passa di fianco.
Paghiamo velocemente e si torna al lavoro, 57 euro in due, prezzo nella norma.

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