Per le mie ultima serata a Otranto sarei incline a...

Recensione di del 19/06/2009

Peccato di Vino

40 € Prezzo
8 Cucina
8 Ambiente
5 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 40 €

Recensione

Per le mie ultima serata a Otranto sarei incline a “peccare”. Quindi, quando mi imbatto nell'ingresso del ristorante “Peccato di Vino”, concludo tra me che il nome pare un segno del destino. Forse merita una visita, anche se non fa parte dei locali presenti sul sito de “ilmangione.it”. Sono a Otranto da quasi una settimana e ho potuto accertare che la ristorazione locale non brilla per inventiva. Dunque, la mia sorpresa è notevole nel vedere elencate, sul menu appeso fuori, molte vivande dai nomi inusualmente ricercati per un'offerta gastronomica cittadina dove il massimo dell'ardimento sembrano essere gli “spaghetti allo scoglio” e la “frittura mista”.

Sono sempre più convinto che una visita s'impone: bisogna assaggiare, se non altro per verificare che a tali ricercatezze semantiche nel menu corrispondano poi qualità e fattura adeguate in cucina. Quindi entro senza ulteriori indugi e chiedo un tavolo per due. Dopo aver dato un'occhiata alle prenotazioni, il cameriere ci invita ad accomodarci a un tavolo esterno e porta subito l'acqua, versata in nostra presenza da una bottiglia di PET a una caraffa vitrea.

A seguire giunge, non richiesto, un calice di Prosecco di Valdobbiadene marcato “Corner”. Non lo conosco, ma non è niente male: una “bollicina” di discreto pregio. Subito dopo arriva un lungo vassoietto ovale nel quale conto undici varietà differenti di pane e tarallucci, con e senza olive nere. Non sono prodotti dalla casa, ma da un forno ubicato in un paese vicino. Il cameriere avverte di fare attenzione ai denti: nelle olive, i noccioli ci sono tutti!
Mentre attendo l'”amuse bouche” (ohibò, qui deve esserci qualcuno che ha studiato e/o viaggiato) mi concentro sulle ricercate e comode poltroncine in legno e fibra naturale dall'alto schienale, alle quali, sotto le tovaglie in tessuto grigio-verde scuro lavorate a trama grossa, non corrisponde però uguale ricercatezza nei tavoli, composti da un semplice supporto e da un più che spartano multistrato grezzo. Poco male.

Mentre così valuto e rifletto, assisto a una scena poco piacevole: una coppia di giovani stranieri, evidentemente all'insaputa di quello che pare un po' il “maître”, è stata fatta accomodare da una delle ragazze del personale a un tavolo già prenotato. Il “maître” tenta di spiegare (in inglese) e di risolvere la cosa suggerendo un altro tavolo, ma la coppia, contrariata, si alza e se ne va. Peccato davvero, ma sono leggerezze nelle quali non bisognerebbe cadere.

L'”amuse bouche”, o “appetizer” per chi preferisce il più prosaico termine anglosassone, è composto da due minuscoli tranci quadrati di “pizza rusca”, cioè una sorta di focaccia in due strati di aspetto simile alla farinata ligure, ma di farina di grano duro. Tra i due strati c'è una farcitura di verdure cotte e condite tra le quali identifico capperi, pomodori e bietole. È delicata, ma gustosa e, soprattutto, più tipica di così non si può.

Intanto studio l'invitante menu. Questa sera non ho molta voglia di pesce, quindi mi oriento sulle “caserecce in crema di melanzane con pomodori secchi e mentuccia” e sull'unico piatto di carne, un curioso “nido di filetto di vitello con salsa allo yogurt e bietole saltate”.
La mia compagna mi segue “in terra” solo per il primo piatto e decide per le “orecchiette con salsiccia nostrana, rucola e scaglie di cacioricotta”. Poi, evidentemente non sazia di profumi del mare, ordina la “rosa di calamaro al forno con cicoria e pomodorini”.

Tuttavia, c'è un antipasto che attenta al mio autocontrollo e stuzzica la voglia di sperimentare: lo chiamano “peccato di mare e di terra” ed è in realtà un tris d'antipasti dai nomi che sono tutto un programma. Lo “sgombro marinato al vino bianco con cipolla rossa di Tropea e salsa di yogurt e capperi”, il “carpaccio di polpo con vinaigrette al finocchietto selvatico” e il “tortino freddo di ricotta su salsa alle erbe”. Basta uno sguardo d'intesa con gli occhioni scuri che mi stanno di fronte, e il dado è tratto: ordiniamo anche l'antipasto, ma solo uno, da dividere poi in due.

Nel frattempo, mi portano la carta dei vini. Ho voglia di rosso, mi piacerebbe un bel Primitivo forte, ma non intendo farmene portare un'intera bottiglia. Purtroppo il cameriere, nonostante sostenga dapprima che qualche mezza bottiglia c'è, quando si tratta di elencarne la disponibilità si rimangia quanto detto; niente mezze bottiglie. Però risolve offrendo la mescita a calice. Accetto e chiedo un Primitivo all'altezza. Ne suggerisce uno della “Tenuta Giustini” di Talsano (Taranto): si chiama “Patù”, è molto giovane (2008) ed è vinificato in acciaio. Si tratta di un vino valido, di gradazione 13,5%, non particolarmente strutturato, ma piuttosto generoso, di buon corpo e adeguata persistenza: lo gradisco e confermo il calice, che viene riempito piuttosto generosamente.

Intanto giunge il nostro antipasto, che meriterebbe da solo parecchie righe. Lo sgombro è polposo e succulento, ma gustato da solo ha una marinatura che me lo rende leggermente troppo amarognolo al palato, colpa probabilmente dell'uso eccessivo di qualche bacca durante il procedimento. Però la musica cambia se in bocca si introduce anche un pezzetto della mai troppo lodata cipolla di Tropea, la cui dolcezza naturale rimette le cose a posto e rende molto, molto interessanti gusto e retrogusto dell'insieme: ora ci siamo.
Anche il polpo in carpaccio, ben preparato, fa il suo onorevole mestiere (il merito è in buona parte dell'intelligente uso del finocchietto selvatico), ma è il meno indovinato dei tre, perché il tortino di ricotta si rivela un vero capolavoro: il formaggio è straordinario nella sua tradizionale povertà, che diviene però ricchezza grazie al ripieno di pomodoro (sorpresa: il menu non lo citava) e alla salsina. La delicatezza e la signorilità dei vari sapori vengono esaltate in un matrimonio d'amore dalla temperatura di servizio: il tortino non è freddo come recita il menu, ma a temperatura ambiente, quasi tiepida. Insomma, complessivamente direi che abbiamo gustato un signor antipasto, e in porzioni da “single” che però soddisfano anche se divise in due. Se questo è l'inizio...

Il prosieguo non tradisce: le mie “caserecce” (una pasta tirata e raccolta all'interno fino a formare due quasi-spaghettoni paralleli tra loro) sono attraenti: il tenore del sugo, leggermente amarognolo (non si sa se voluto o meno, ma è probabilmente la qualità della melanzana e comunque non mi dispiace) viene mitigato dal sapore pungente dei pomodorini secchi sminuzzati; la mentuccia, poi, è la regìa occulta che interviene come il suggeritore a teatro e fornisce il tocco della perfezione.
Le orecchiette della mia compagna non sono da meno, anzi: la salsiccia è freschissima e tenera e la rucola (che fortunatamente non è troppo pungente), lascia al cacioricotta il permesso di far vedere quanto vale.

Il mio secondo è coraggioso e originale, anche se non convince al 100%. La carne è di buona qualità, magra, ben tagliata, di spessore adeguato e cotta “rosa” secondo i miei desideri; inoltre, non ha alcun odore di frigo, né di fibre decongelate da troppo tempo. Me la portano letteralmente ricoperta di buona senape di Digione del tipo più dolce, e confinante con una pozza di salsa di yogurt che in realtà sembra un puro e semplice yogurt molto liquido, poco acidulo e addolcito (forse troppo) sul quale rosseggiano alcune bacche di pepe purpureo fresco. Come spesso avviene, è il mini-contorno a compiere il miracolo su un piatto che, onestamente, mi sembra un po' problematico: l'amaro delle tenere bietole riequilibra un insieme pericolosamente troppo zuccherino. Un piatto quindi un po' “borderline” e denso di rischi, che potrebbero forse ridursi ricorrendo a un'edulcorazione meno spinta dello yogurt.
Il freschissimo calamaro che viene servito alla mia compagna è eccellente e nuota allegro in un ondoso mare di cicoria e di rossa “chioggiotta” impregnate e ammorbidite dai sapidi liquori rilasciati dal cefalopode durante la cottura. Il sughetto che ne risulta obbliga a una principesca “scarpetta” alla quale, benché satollo, non mi sottraggo di certo.

Assaggerò appena il dessert della mia compagna, che si fa tentare da un “tortino di ricotta con crema di cioccolata”. Mentre lo aspettiamo, chiacchieriamo con il “maître” che in realtà, scopriamo, è il consorte della proprietaria del locale, al quale suggerirei (bonariamente) l'abbandono delle scarpe da ginnastica bianche e in generale un abbigliamento più in tono con le pretese del locale. Apprendiamo così che “Peccato di Vino” è attivo dall'estate 2005 e che è uno dei pochi ristoranti otrantini aperti tutto l'anno, quasi a sfidare l'”eccesso di coperti” che si registra in città durante la stagione invernale.
Disarmante e più che sensata la spiegazione fornita dal nostro interlocutore: “Non è giusto che d'inverno a Otranto non si possa andare a mangiar fuori”. Evidentemente lo chef (arriva la conferma che è giovane, ma già con diverse esperienze anche internazionali alle spalle) è un maniaco delle ricotte ripiene: anche quella del dessert, similmente a quella d'antipasto, contiene la sua brava “sorpresa”, un ripieno di cioccolato più consistente della crema al cacao che pure nereggia appartata nel piatto ovale. Buona e fresca la ricotta (alcune possono diventare acidule in poche ore) e delicati i due cioccolati, occulti e non.

Le cena è terminata e per chiuderla in bellezza il cameriere-oste (un ex-montatore meccanico che ha deciso il “gran salto”) ci offre un non meglio identificato “distillato”. Forse intuendo la mia avversione per l'ormai abusato “limoncello”, che in troppi ristoranti anche di fama offende spesso gusto e buon gusto con insopportabili derive “chimiche”, porta invece in tavola un “tris d'agrumi” frutto dell'intuizione di tre giovani imprenditori locali. Andiamo molto meglio del limoncello: qui gli agrumi si sentono davvero e si identificano, l'alcol si aggrappa nel modo giusto alla lingua senza anestetizzarla e ancora meglio va con i suffissi zuccherini, che non mortificano quello che pare un discreto prodotto semi-artigianale.

La visita in toelette dice che potrebbe essere più accogliente: va meglio con quella per i diversamente abili, ampia e spaziosa. Una fuggevole ricognizione per il locale rivela inoltre che è lindo, ben tenuto, di buon gusto e molto accogliente, con una serie di minuscole salette che faranno la disperazione dei claustrofobici e la gioia degli amanti.
Il conto è di 81 euro, con il calice di Primitivo a 3 euro e altrettanti per ciascun coperto (ma la varietà del pane giustifica la richiesta). A mio giudizio, sono 81 euro guadagnati uno sull'altro grazie a un promettente chef che, pur con qualche perdonabile sbavatura da mettere a punto, in cucina sa il fatto suo e di rischi, in una città dove nessuno sembra voler rischiare oltre gli “spaghetti allo scoglio”, se ne prende eccome, spesso con risultati assai degni di nota.

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