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Recensione di del 22/05/2007

Il Gatto e la Volpe

31 € Prezzo
5 Cucina
5 Ambiente
6 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 31 €

Recensione

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Desideravo provare da tempo questa osteria che, cappelli verdi e blu a parte, in provincia e zone limitrofe ha (o aveva) una buona fama.
Così, coinvolgendo quattro amici, prenoto con una settimana di anticipo per il martedì sera.

Mi rendo conto che la mia recensione è una voce fuori dal coro, forse le aspettative erano troppo alte, ma il giudizio sulla cucina da parte mia e dei miei commensali è stato proprio negativo e assolutamente unanime.

Il ristorante si trova nel centro storico di Oleggio, si può posteggiare in un parcheggio comunale poco distante. Mentre ci dirigiamo al locale vediamo una lunga schiera di persone avanzare nella stessa direzione e, considerato che è martedì, lo recepiamo come un fatto positivo.

Grazie all'improvviso arrivo dell'estate i tavoli sono allestiti all'esterno, su una grande (e rumorosa) terrazza con vista sui tetti e sull'aeroporto di Malpensa poco distante. La terrazza è opportunamente sigillata con una enorme zanzariera che in effetti ci permette di cenare al fresco e tranquilli, su tavoli e sedie da giardino di metallo verde allestiti alla bell'e meglio.

Un gentile cameriere ci fa accomodare al tavolo e ci invita a servirci al buffet di antipasti e poi ci chiede di ordinare i primi. Per i secondi invece prendiamo tempo.

La non-carta dei vini.
Il locale non dispone di una carta dei vini e questa è una stranezza davvero unica. Nel senso che, se si trattasse di un'osteria che propone solo vino sfuso e poche altre etichette potrei capirlo. Ma in ogni angolo, sui davanzali, sul bancone d'ingresso, sulle mensole delle sale interne è esposta una tale quantità di etichette, talune pregevoli (leggi Sassicaia), che non riesco proprio a figurarmi un motivo logico per cui non debba esistere una carta dei vini con quella variegata offerta.
La scelta del vino per me e per i miei commensali è un momento rituale irrinunciabile e qui è stata davvero ardua.
Mentre i ragazzi si defilano verso il buffet e ci lasciano l'incombenza, noi tre ragazze iniziamo a vagare per il ristorante, facendoci largo fra gli avventori del buffet nel via vai dei camerieri. Passiamo in rassegna etichette e cartellino dei prezzi dei rossi esposti. Dopo un quarto d'ora di avanti e indietro ci risolviamo per un Tignanello Antinori 2003 (unica annata disponibile) per accompagnare i primi, mentre per gli antipasti preferiamo un bianco.
E qui sorge un ulteriore problema perché i bianchi sono giustamente in cella, non si possono vedere, non c'è chi conosca l'elenco delle etichette disponibili.
Ci rivolgiamo a un cameriere che si rende conto della scomodità della situazione, ma ci rassicura dicendo che in nessun altro ristorante ci sono certi vini con quel rapporto qualità prezzo. Dubito che questo sia da mettere in relazione al risparmio di carta e inchiostro!
Alla fine ci portano in visione al tavolo tre bianchi a caso. Scegliamo lo Chardonnay di Planeta e ci dirigiamo anche noi al buffet.

Gli antipasti.
Gli antipasti sono sistemati non troppo ordinatamente su un tavolo di medie dimensioni e su due piccoli tavolini all'interno di una stanzetta in cui risulta veramente difficile muoversi in gruppo. L'impatto del buffet non è invitante proprio perché è sacrificato in uno spazio angusto. Alcuni piatti erano già terminati e non rimpiazzati.
Per dare un giudizio completo ho assaggiato tante cose, ma francamente ho trovato tutto molto ordinario e banale.
La carne all'Albese non aveva nessun sapore, le scaglie di parmigiano erano pressoché inesistenti.
La lingua in verde non aveva un bell'aspetto, il bagnetto era scolorito e insapore.
I peperoni al forno con i capperi erano praticamente crudi.
Le insalate classiche (russa, fagioli e cipolle, cipolline in agrodolce, funghetti) erano comuni.
Insomma, non sto ad elencare tutto perché non ne vale la pena. Questo ultra-menzionato buffet non mi ha per nulla impressionato né per la presentazione né per la qualità delle preparazioni, e mi è sembrato soltanto un pratico sistema per placare la fame dei molti avventori.
Voto 6.

I primi.
Nella speranza di riscattarci con i primi, dove si può vedere la mano del cuoco e decretare un giudizio definitivo, ci stappano il Tignanello che ha bisogno di aprirsi un po' e solo dopo che ha stazionato mezz'ora nei bicchieri comincia a dare il meglio di sé.

Nel frattempo ci portano sul tavolo i primi dentro a grossi piatti da cui possiamo servirci tutti e cinque.

Paniscia. Viene presentata dentro una scolorita pentola di rame stagnato che ne rende ancora più triste l'aspetto. Io conosco bene sia la paniscia novarese sia la panissa vercellese, ma questa non somigliava né all'una né all'altra. In tutta la porzione avrò intravisto due o tre fagioli interi, il salame non si sa dove fosse, delle verdure nemmeno l'ombra.
Al primo assaggio mi rendo conto che è come se tutto fosse stato passato in un frullatore creando un amalgama farinaceo-leguminosa dal sapore indefinito e dolciastro che mi ha lasciato perplessa. L'ho fatta girare tra i miei commensali e il giudizio è stato unanime.
Non sappiamo cosa fosse quel risotto dal colore spento, ma di certo non era paniscia.
È rimasto nella sua triste pentola. Voto 4.

Agnolotti burro e salvia. Niente, ma proprio niente di speciale. Voto 5.

Spaghetti alle ortiche con cipollotti e guanciale. Anonimi. Gli unici due sapori percepibili erano il cipollotto e il formaggio di condimento. Voto 5.

I piatti ritornano in cucina mezzi pieni, non siamo sazi, ma non ce la sentiamo di procedere oltre.
Decidiamo di terminare il nostro Tignanello che diventa un po' il consolatore della serata.

Non ci aspettavamo prove di alta cucina, ma dei piatti semplici ben cucinati. Invece ci è sembrato appena una tacca più su della mensa aziendale, dove è favorita la quantità a discapito della qualità. Però anche questa non può essere una spiegazione perché ho mangiato delle paniscie buonissime in feste di paese dove cuoche non professioniste cucinano per un reggimento di persone.

Il conto non dettaglia le singole voci: un totale di 155 euro in cinque e non sapremo mai se il rapporto qualità prezzo dei vini è davvero così strabiliante come hanno conclamato.

Una enorme delusione, non ci tornerei più.

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