La mia amica di infanzia, figlia adorata di una ro...

Recensione di del 16/06/2009

Il Gobbetto

34 € Prezzo
7 Cucina
8 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 34 €

Recensione

La mia amica di infanzia, figlia adorata di una romana ed un napoletano, nata e vissuta a Napoli ma poi divenuta romana per motivi di lavoro, mi aveva telefonato la sera prima:«Sono da poche ore Napoli, dai miei. Domani devo prendere il treno per Roma delle 16:30. Ci vediamo in mattinata? Magari pranziamo insieme». Da quel momento la mia mente, ordinariamente poco incline alla pianificazione minuziosa e accurata (quando non si tratta di lavoro), si è messa alacremente all’opera. Quanti anni erano passati dall’ultima volta che ci eravamo visti? La situazione richiedeva tutta la mia solerzia. Ho cominciato a studiare un programmino di questo tipo: breve passeggiata turistica su lungomare durante la quale ripercorrere i tempi che furono, sul filo della nostalgia, e nel contempo informarci sulle reciproche ambasce legate all’attualità. Indi voltata l’ora all’agognato desio, suggellare la piacevole mattinata seduti al tavolo di un ristorante dal tono intimo e delicato, consono all’occasione.

Per questo motivo scartati subito tutti i possibili locali in zona stazione, notoriamente affollati, rumorosi e dal servizio fin troppo fast, mi sono ricordato di un piccolo ed elegante ristorante, «Il Gobbetto» sito in Vicolo Sergente Maggiore, a due passi da Palazzo Reale, e ad uno dalla vicereale Via Toledo, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, la zona celebrata da Curzio Malaparte ne «La pelle». Fu quell’animo nobile che risponde al nome di G.P., ultimo vero dandy di una Napoli che non vuol morire, a farci conoscere questo posto invitandoci una sera a cena per festeggiare l’arrivo a in città di un nostro comune amico.
Imboccata Via Toledo dalla parte di Piazza San Ferdinando (oggi Trieste e Trento) basta percorrere pochi metri e voltare alla terza traversa a sinistra in vicolo Sergente Maggiore. Da qui già potete vedere l’insegna. Entrate e, superata la soglia, subito vi introducete tra i tavoli. Il locale si sviluppa davanti a voi, fino alla minuscola cucina che potete intravedere in fondo. È composto di due stanzoni collegati, coi soffitti altissimi e le pareti decorate con gadget, vecchie stampe, quadri e fotografie che contribuiscono a creare un clima vagamente retrò. A me ricorda l’atmosfera del ristorante Bagutta, storico locale di Milano, sito nell’omonima via e sede dell’omonimo e famoso premio letterario. L’ambiente, tenuto volutamente in penombra, è rustico ma decoroso e, caratteristica molto apprezzata, inodore.

Adesso passerò a descrivervi il nostro menu.
Data la giornata calda abbiamo scelto solo antipasti, contorni e, su suggerimento del solerte cameriere, una gustosa grigliata di pesce.

Gli antipasti sono stati tre.
Prosciutto e mozzarella, un classico. La mozzarella era come sempre buona. Il prosciutto invece non saltava agli occhi (era un po’ rinsecchito).
Alici marinate. Si presentavano bene nella forma e nel colore; il sapore non ha tradito l’aspettativa.
Tocchetti di melanzane farcite (giudizio: nella norma).

Il pezzo forte naturalmente è stata la grigliata di pesce assortito. Ottima. La consiglio. Prima di degustarla ho fatto in tempo a riconoscere i gamberoni ed il trancio di pesce spada. Il resto, a parte l’insalata di verdura, non me lo chiedete: dovevo pure rivolgere le giuste attenzioni alla mia gentile ospite.

Il tutto è stato innaffiato con mezzo boccale di vino bianco della casa. Un vino che si è comportato da amico fedele: ha accompagnato col giusto brio il nostro pasto e in seguito non ha dato segni sgradevoli della sua presenza.
Abbiamo chiuso in bellezza con un bel sorbetto a limone e il caffè, degustato in religioso silenzio, come è giusto che sia.

Segnalo.
A parte la grigliata, le altre portate sono state preparate dal cameriere stesso, prelevando direttamente le pietanze da una vetrinetta-dispensa, un articolo che già aveva destato la nostra attenzione a causa di un maestoso piennolo che vi penzolava da un lato. Questa squisitezza per i palati è composto da tanti pomodorini uniti a grandi grappoli allo scopo di conservarli fino all’inverno, quando restituiscono, un po’ alla volta, tutto il calore del sole (il pomodorino conservato al piennolo rappresenta una delle produzioni più antiche e tipiche dell’area vesuviana).

Almeno per un’oretta siamo stati i soli a pranzare, più tardi è arrivata una giovane coppia, forse straniera. Delle altre due volte che sono stato qui non ricordo di aver condiviso lo spazio con altri avventori, o forse questi sono stati così discreti che non ci ho fatto caso. Nella prima ci avevano riservato due tavoli, essendo noi in cinque anche se fine serata eravamo in sette; due gentildonne ci raggiunsero sul posto: prodigio dei cellulari.
Il giovane cameriere ci ha fatto compagnia a distanza per tutto il tempo, con premura e riservatezza, pronto ad accorrere ad ogni nostro cenno. Il proprietario, il signor Ciro, una persona simpatica e di poche parole, è uscito solo per salutare.

Siamo stati bene. La mia graditissima ospite è rimasta favorevolmente colpita. C’era ancora tempo e così ha preferito non servirsi del taxi per arrivare in stazione. Abbiamo fatto a piedi tutto il tragitto (Corso Umberto) e quasi non ce ne siamo accorti. Tornata a Roma, compita com’è, ha voluto mandarmi un cortese messaggio: «Grazie per la piacevole giornata!».
Il conto: due coperti 3,00 e, vino 8,00 €, due acque minerali 5,00 €, tre antipasti 17,00 €, due secondi piatti 22,00 €, due contorni 5,00 €, due dessert 7,00 €, due caffè 2,00 €. Totale € 69,00. Nella norma.

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