Hosteria Giusti è un luogo, nessuno luogo o forse ...

Recensione di del 26/05/2006

Hosteria Giusti

120 € Prezzo
7 Cucina
10 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 120 €

Recensione

Hosteria Giusti è un luogo, nessuno luogo o forse centomila: impossibile definire, classificare la più grande cave du sciampagn d’Italia (esagero? Probabilmente sì, che bello) che siede pigramente e senza remore in Vicolo Squallore, accogliendo a bollicine milionarie e prodotti suini nell’animo viandanti letterari, solitari contemplatori elitari e Corderi di Montezemolo in miniatura alla ricerca del prossimo pneumatico fluidificante.

E’ un mondo a sé, un bunker della contiguità gastronomica, di piaceri inconciliabili altrove e simmetricamente compatibili qui: si va di boccone suino e di bollicina depurativa, prima l’uno, poi l’altra, senza sosta, come se non fosse mai esistito altro modo di desinare. Ci si chiede perché, ma lo si comprende subito, è intuibile.

Il breve percorso che congiunge il gran bazar del grasso peccato alla sala ristorante – aperta solo per pranzo, salvo che il venerdì sera un folto manipolo di baccanti non intenda turbare il ritmo quaresimale dell’esistenza con la santificazione del Porco – è un corridoio piastrellato, di vaga reminiscenza ospedaliera. Quasi a dire: o avventore, la vendita al dettaglio è un luogo - schermo (o scherzo?), passa per il Purgatorio a resettare l’idea del bancone, ed entra in questa loggia massonica dell’eccesso, dove lo gnocco fritto viene dilavato dal Krug Rosè e crepi l’avarizia, perdio!

E mentre nella minuscola ed esclusiva saletta prandiale il tempo si ferma, e l’anno 2006 potrebbe essere tranquillamente il 1976, apprendo che nel selciato antistante la Modena bene, quella del cavallino, consuma il Lambrusco consacrato ad aperitivo, in calice appositamente concepito allo scopo dall’intellighenzia.
E’ questa la genialità della tradizione consacrata all’Hosteria Giusti, il nuovo che è vecchio, il vecchio che diventa nuovo, una terrazza lounge che gestisce il tempo nella propria moderna dinamicità imbizzarrita ed un antro nascosto preposto a fermarlo, dove si dividono i ristretti spazi brandelli di umanità varia e stereotipata: l’americana in vacanza, la settimo cavalleggeri della Rossa o equiparati, gli inguaribili ghiottoni alla ricerca di un nuovo record da battere, ovverosia l’overdose da colesterolo. Siamo nel posto giusto.

La maratona del fritto è ai blocchi di partenza con la millefoglie di melanzane e foie gras, di perfida ispirazione calorica. Ci chiediamo perché la fattura sia così approssimativa, la risposta ci viene data coi fatti, quando l’erede del defunto Nano (il compianto Adriano Morandi, che ha tramandato l'arte al figlio Matteo) apre lo scrigno dei tesori di famiglia e cosparge i piatti di Oro Nero vecchio di 40 anni.
E’ evidente, la pastella è ancilla della tradizione, il povero serve il ricco, poche storie, si capisce che qui quella del Partito era tutta una bufala, che si incensa chi ci permette di ingrassare impunemente con le dita sporche di Tradizionale, quello che alla faccia della tradizione costa una fortuna. Chissà perché, il rito si ripete con le frittelle di minestrone, che assemblano materia prima da un euro e si lasciano tempestare di “quel” Balsamico come se fosse normale che le femmine di malaffare divenissero Pretty Woman. Ed è proprio questo il bello, la favola si ripete ogni volta, senza sceneggiatura, è insita nelle cose, con naturalezza.

Non poteva, a questo punto essere trascurato il maiale nella sua più deteriore concezione, dopo aver perorato brevemente (e per fortuna) la causa Vegan: urge un’immersione nei tagliolini al sugo di guanciale, di quella salsa che induce a far scarpetta ancor prima di aver impugnato la forchetta con ferina determinazione, che si lascia consumare accompagnata da qualsiasi companatico, anche se fuori il caldo incombe, il silenzio della siesta induce all’abbandono ed una fugace visita alla cantina di famiglia lo corrobora nelle frescure del riposo enotico.

Il momento è quello giusto per celebrare il Suino e l’olio di questo Porcobastardoluogo nel cotechino fritto allo zabaione. La summa ed il tripudio di tutto, da mordere, intingere ed azzannare, preferibilmente in due, maschio e femmina in nome della Tradizione (e del Tradizionale) che saccheggiano con le mani l’opera gastronomica più straordinariamente ed inconsapevolmente nichilista che questa sorniona landa del vizio abbia mai concepito. Un attentato incrociato a tutti i sensi, un concetto rapinoso del (buon) gusto, il dolce che si avviluppa al maiale e alle sue cotiche. In una parola: totale.

E dopo questo? Beh, creme brulle, ciliegie di Vignola, ma soprattutto l’abbandono, l’oblio, lo stanco trascinare i passi sul selciato, dinanzi all’aquila modenese, goffa versione dello stendardo absburgico. Del resto, la nobile famiglia passò anche lei di qui e vi dimorò poco tempo, non ebbe bisogno di convertire questa porca, felice terra in una sua appendice, sapendo che in fatto di vita lieve non è stata proprio seconda a nessuno.

Il bagno dell’insieme dei peccati è stato affidato ad canonico Dom Perignon del 1998, selezionato tra una selva di bollicine pregiate racchiuse in una minuscola, asportabile carta, che avrebbe esaltato Napoleone, conquistatore anch’egli di queste terre
Grande selezione, adeguato conto: sui 60 euro a testa bevande escluse, che nel caso di specie sono state quantificate in euro 180.
Ma la tradizione che incontra il Tradizionale e vitupera se stessa non ha di certo alcun prezzo.

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