In questo posto si mangia con gli occhi.
Del ...

Recensione di del 09/04/2009

Osteria Alla Grande

27 € Prezzo
7 Cucina
7 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 27 €

Recensione

In questo posto si mangia con gli occhi.
Del cuore e della mente.
Oh, intendiamoci, ci si mangia anche con la bocca, ma non credo che sia quello il motivo vero per cui ci si va: la cucina é una cucina sana, discreta, in porzioni ragionevolmente abbondanti e a prezzo onestissimo, ma quello che conta è il posto. Quello che ci trovi e come ci arrivi.

Per chi non è di Milano, Via Forze Armate è uno stradone di non bella fama, che collega Milano a Baggio, prima un paesino della cintura, ora una propaggine della città. Una striscia d'asfalto diritta, che spesso corre in mezzo al nulla; una strada che non si può fare a piedi, vuoi perché non c’è nulla, vuoi perché non precisamente ben frequentata. Anche quando arriva alle prime case di Baggio, la strada si arricchisce sì di qualche luce e di semafori, ma l’aspetto non è mai dei migliori, e non ispira una gran fiducia.
Poi, negli ultimi 400 metri, la strada arretra nel tempo: un anno per metro. E quando arrivate al 405, al ristorante, siete ormai nel 1600 (sperando di non fare grossolani errori di datazione).
La struttura è quella delle strade dei paesi lombardi agricoli, sviluppati nel 600: case gialline che affondano le loro radici direttamente sulla strada di sampietrini, e si fa fatica a credere che quella stradina acciottolata senza quasi una luce sia ancora la stessa Via Forze Armate che era partita da Milano chilometri e secoli prima (Tra l’altro, se andate su Wikipedia, alla voce Baggio trovate esattamente l’ingresso della trattoria).
Ora siete arrivati: Forze Armate finisce cinquanta metri dopo, e di fronte alla trattoria c’è un pannello di ceramiche smaltate (che, se mangiate alla vetrina come noi faremo, vi terrà compagnia durante la cena) dove un asino viene sollevato a braccia sino alla cima del campanile... prima o dopo scoprirò a cosa si riferisce.

Ecco, ora siete dentro.
E... non sapete dove e cosa guardare.
Oggetti. Centinaia di oggetti, uno più improbabile dell’altro, uno più vecchio dell’altro. Macchine da caffè, a dozzine. Orologi, su tutti i muri. E tritacarne... mai saputo che ci fossero tanti modelli di tritacarne. Ma non dimentichiamo i telefoni a muro, in bachelite e in legno, persino il telefono (funzionante) della cassa è un telefono di quelli ad asta, con l’auricolare separato da portare all’orecchio, anni ‘20. Ma ancora boccali, e targhe (con gli annunci più strani, dalle “prestazioni della casa” al consiglio di usare Pomate antiluetiche” a perentori ordini di “Non sputare” o “Non sporgersi” o quant’altro mente umana abbia mai deciso di mettere in targhetta. Completano il quadro riviste che non capisco neppure se siano fotomontaggi scherzosi o vere copertine in cornice, dove l’oste (Bob, bellissimo nome, non può non essermi simpatico) viene di volta in volta definito “l’uomo che deve fumare per vivere”, o è raffigurato senza veli, o altro.

Le tovagliette sono di carta, veri libri da leggere, con una vignettona raffigurante una parodia dell’Ultima Cena, costellata di caricature di... avventori? Habitué? Amici? Dai soprannomi altrettanto improbabili del testo, il “Codice Perdinci”.
Chi si aspetta un servizio grembialato, si sbaglia: la mise è impeccabile, in gilet e camicia, e, sia pure nella confidenza allegra del personaggio, non presenta difetti, se non quelli di colore dell’ambiente.

E parliamo ora, finalmente, della cucina.
Io ordino ravioli di brasato e rognoncino con patate, la consorte gnocchi al gorgonzola e involtini brasati, sempre con patate.
Gli gnocchi, se pur buoni, sono un po’ mollicci, e non mi fanno gridare al miracolo, mentre gli involtini sono gustosi, saporiti e, in definitiva, gradevoli. Da buoni involtini milanesi, affogano nel burro.
Dirò subito che i ravioli sono ben più che decenti e che i rognoncini, sia pure un po’ acri, lo sono altrettanto. Ma il fatto è che, al primo assaggio, mi è tornata alla mente la mia nunètta milanesa...

Io ne avevo due, di nonne. Una napoletana, che mi adorava e viziava, e mi dava lasagne con la ricotta e spaghetti c’a pummarola ‘ncuoppa, pastiera e rococò. L’altra, milanese, più arcigna, che probabilmente mi adorava lo stesso, ma che non mi viziava. E, a casa sua, ho trovato spesso gli stessi identici ravioli, rimossi dalla memoria perché non mi piacevano, ma forse perché erano pallidamente chiari mentre le lasagne di Nonna Rosa erano rosse come il fuoco, e io ero il cocco di famiglia. Lo stesso dicasi per gli involtini, che non erano belli rossi con tanti piselli, ma pallidi e chiari, con bianche e spettrali patate, e il rognoncino, che non era saltato in padella, ma stufato, tenero e chiaro, e sapeva di rognone, senza mascherature di cognac o simili.
Scusate la digressione, ma il senso della cena che ho fatto è stato proprio questo: un tuffo a testa bassa in una serie di ricordi che mi sono ripiombati addosso con la forza di un treno, e che mi hanno fatto gustare quei piatti molto più di quello che valevano.

Finiamo il pasto con una buona torta di cioccolato e pesche, direi casalinga, e due caffè. Due bottiglie di birra completano il tutto. Il conto (come dicevo, onestissimo) ammonterà a 54 euro in due, e si commenta da solo.
Se non fosse “a cà de Diu”, ci tornerei spessissimo.

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