Era doverosa una visita ad uno dei ristoranti più ...

Recensione di del 17/11/2005

Il Rosa al Caminetto - Hotel Rosa

45 € Prezzo
5 Cucina
6 Ambiente
6 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Scarso
Prezzo per persona bevande incluse: 45 €

Recensione

Era doverosa una visita ad uno dei ristoranti più cliccati e con più cappelli blu di questi ultimi mesi. Scegliamo un’anonima sera di novembre per capire se questo ristorante “esiste davvero”. Prima importante risposta: il ristorante c’è!
Prenotazione in assoluto incognito effettuata il pomeriggio del giorno precedente, a nome Togliatti, per tre, ma infine giungeremo solo in due.

Entriamo passando dalla reception dell’albergo dato che l’entrata dedicata scopriremo solo poi essere dal lato opposto dell’enorme palazzo, e giungiamo in una sala un po’ "disordinata" con tavolate di medie dimensioni e gente che “banchetta”. Un paio di camerieri passano, ci guardano, sorridono, e vanno per la loro strada. Passano cinque minuti e, dopo che nessuno ci ha considerato, ne fermiamo uno e chiediamo il nostro tavolo. Ci viene risposto che quella era una sala banchetti, per il ristorante vero e proprio bisogna proseguire oltre un separé. Andiamo.

Cordialmente accolti, veniamo accompagnati al tavolo. Nessuno si prenderà cura dei nostri cappotti, che riporremo su di una sedia libera.

L’ambiente si presenta tipico dei ristoranti di albergo: "ingessato" e con dettagli di dubbia opportunità. Moquette rossa a terra, pareti dominate da un legno lucido e scuro, e da vari grandi specchi, soffitto bianco con faretti azzurri a garantire una corretta illuminazione, strani lampadari un po’ “appariscenti”, dettagli di arredamento fuori luogo: un battitore di cassa con sopra l’insegna luminosa dei taxi è il lampante esempio di una certa discutibilità del gusto.

I tavoli sono spaziosi e ben distanziati, la privacy è sicuramente garantita. Le sedie, comode, sono con lo schienale alto e la seduta imbottita, in uno stile “pomposo” che non mi aggrada. Il tavolo è rotondo, ma di quelli “pieghevoli”, ovvero con la parte rettangolare centrale fissa e le parti tondeggianti che si aprono all’occorrenza. Caso vuole che proprio la mia estensione risulti “difettosa”, con una angolatura che renderà vistosamente inclinato ogni piatto che mi sarà portato. Tovagliato di cotone bianco, bicchieri e posate di media qualità, con una nota negativa sulla pulizia: due forchette portatemi avevano verosimilmente incrostazioni residuali, non fatte notare al personale; tovagliolo in coordinato, piatti bianchi dalle forme regolari.

I menu presentano piatti tipici della cucina d’albergo, con prezzi mediamente contenuti, considerando che siamo in pieno centro. Optiamo sul menu degustazione milanese; l’altro proposto era a base di tartufo. La cotoletta ed il risotto ci vengono presentati dal maître come piatti forti del locale.

La carta dei vini, che presenta etichette e varietà notevoli, ha un ricarico medio del 100%, o poco più. Ci viene consigliato un Ca’ del Bosco rosso di Uberti, che si rivelerà di buona struttura, giustamente alcolico, discreto nei profumi e che si ammorbidirà a sufficienza in bocca solo verso la fine della cena.

Il pasto.

La cicoria di prato con la pancetta: piatto semplice, leggermente troppo salato, va giù senza note evidenti. Voto: 6.

Il risotto con la luganega: si presenta bene, quantità non certo modesta, evidenti i pezzi di luganega. In bocca riconosciamo subito la qualità del chicco: è arborio, non carnaroli. Il maître, che ci vede perplessi, ci rassicura sul fatto che loro usano solo carnaroli di Novara, salvo poi tornare poco dopo complimentandosi con noi e scusandosi perché in cucina gli avevano appena comunicato che, terminato il carnaroli, per i nostri piatti era stato usato riso arborio. La mantecatura risultava chiaramente fatta con troppo burro, probabilmente il brodo di cottura era anche troppo salato. Piatto fortemente insufficiente, anche se il gusto finale era indubbiamente mangiabile. Voto: 5.

La costoletta alla milanese: vitello battuto, carne troppo asciutta, frittura non in olio d’oliva ma nemmeno con burro, probabilmente con margarina, comunque asciutta. Accompagnano la grande fetta, senza nessun sapore particolare, delle patate cotte in non so bene che modo e due foglie di insalata. Altro piatto fortemente insufficiente. Voto: 5.

La rosa di mela con salsa ai semi di vaniglia: bella presentazione, fette di mela a ricomporre una rosa su una cialda di pasta sfoglia con una crema saporita, ma troppo pesante. Voto: 6,5.

Ad accompagnare, un gradevole Fiano Passito di Villa Matilde, gentilmente offerto, aperto comunque da troppo e che al naso risultava scemare rispetto alla consueta fragranza.

Il cestino dei pani è costituito di varietà dal gusto piacevole ma del tutto ordinarie.

Il servizio sarà svolto da un giovane cameriere, per nulla degno di nota.

Discorso a parte va invece fatto per il maître, Enrico Merli McClure: persona di pronta e gradevole parola, indubbiamente preparato ed eno-gastronomicamente “colto” (vanta, a suo dire, una collaborazione passata anche con Igles Corelli). Tutto sommato un corpo estraneo in questo contesto.

Il conto:
due menu degustazione 35 €;
una bottiglia di acqua 3 €;
una bottiglia di vino 18 €.
Totale 91 €. Rapporto qualità/prezzo scarso, in virtù non tanto del costo quanto del risultato maturato in cucina.

In conclusione si tratta di un ristorante d’albergo, dove volenterosamente il maître cerca di dare impostazioni e idee che appartengono ad una ristorazione diversa e di qualità, ma i cui risultati ancora sono ben lontani dal concretizzarsi. Lo chef carica troppo la mano e crediamo che lo stesso McClure ne sia consapevole. Ci siamo presentati a fine cena, preannunciandogli una recensione non positiva e spiegandone le ragioni. Abbiamo conversato amabilmente con lui, e alla fine ci ha pregati di tornare per provare qualcosa di diverso da un semplice menu degustazione sul quale la cucina non riesce, per ragioni commerciali, ad esprimere tutte le proprie potenzialità. Una serata storta può capitare a tutti, certo che da qui a finire il carnaroli in dispensa ce ne passa.

Resta il grande dubbio sulle precedenti recensioni. Il ristorante appartiene all’universo imprenditoriale della famiglia Forti, già proprietaria a Milano della Locanda dell’Oste Oscuro, dell’Osteria Stendhal, del Nearco, del Nabucco: tutti locali che hanno destato più di una perplessità tra gli affezionati di questo portale, trovando invece ottimi riscontri tra altri segnalatori “specializzati” solo su questo giro di ristoranti. Lo stesso McClure, che ha diretto lo Stendhal, definisce Nearco, Nabucco e Stendhal medesimo delle sue “grandi incompiute”.

Chiudendo la serata, non possiamo che augurare al gentilissimo maître buona fortuna, ritenendo di aver ben chiarito come il successo o l’insuccesso di un ristorante lo decretino i clienti e non le campagne di comunicazione.

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