La rievocazione della mia esperienza muove dal gio...

Recensione di del 03/10/2008

Cracco

233 € Prezzo
7 Cucina
8 Ambiente
8 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 233 €

Recensione

La rievocazione della mia esperienza muove dal giorno dopo: sono quasi le dieci del mattino di sabato appena svegliato, la cena è stata ieri sera. Dormito benissimo, nessun disagio digestivo, nessun disturbo al sonno; ho desiderio di consumare la mia solita colazione; solamente un extra: un caffè di pre-colazione per sedare la irritazione delle mucose che non hanno gradito il cubano consumato ieri -ovviamente fuori dal ristorante- effettivamente rivelatosi non all’altezza della situazione (il sigaro, voglio dire). Con questi postumi eccellenti il mio racconto parte nelle migliori condizioni.

Prenotato per le 21 di venerdì, arriviamo intorno alle 21:15. Siamo in tre: suoniamo il campanello alla elegante porta del ristorante ed una voce brillante ci dice di entrare che è aperto. L’innocuo episodio non ci passa sopra senza lasciare una breve traccia emotiva; essa decade in pochi secondi, ma sufficienti per farmi notare come ci sentiamo, tutti noialtri tre grandi amici, un po’ in soggezione, anche se non vogliamo darlo a vedere. E dire che non siamo proprio dei pivellini. Ansia da prestazione al ristorante? Non più il ristorante all’altezza dei miei gusti, ma i miei gusti all’altezza del ristorante? Potenza delle recensioni? Mah... Bisognerà rifletterci su questa cosa. Meglio tornare a noi, sulla soglia: i pochi secondi sono passati; ci siamo ripresi e la cosa mi ha provocatoriamente intrigato.
Un cameriere ci accoglie, sbrighiamo rapidamente (dopo una brevissima attesa) le formalità di check in: guardaroba, spendita prenotazione, accompagnamento al tavolo.

Il ristorante, ovviamente dotato della sua eleganza, è disposto su piano con sale a diversi livelli; per accedere al piano si scendono un paio di rampe di scale, in pratica si scende in cantina (si fa per dire, magari fosse davvero la cantina, vista la carta dei vini); anche tale anomala architettura della accoglienza, più da discoteca–privé, se non fosse per la illuminazione profusa senza zone d’ombra, intriga.

Il tavolo è rotondo e ben dimensionato, le sedute comode, il posto in sala ci pare bello: diciamo ciò, al momento, suggestionati dall’ambiente ed anche dal fatto che avevamo prenotato con anticipo fantozziano; in realtà poi la postazione si rivelerà tra le meno felici, per la vicinanza con una porta di servizio di accesso alla cucina: sul finire della cena, incomincerà a giungerci un netto odore di fritto (eravamo in zona dolce-caffè).

I camerieri che ci girano intorno sono gentili e garbati e tanti: se anche volessi, alla fine non mi ricorderei tutti i loro volti (tra parentesi: non abbiamo visto una presenza femminile in tutto il personale; sarà un caso o è una scelta aziendale? Mah, se mi capita glielo chiedo).
Il ragazzo addetto all’acqua lo mando in crisi subito: ci chiede se vogliamo la gassata o la liscia; il mio amico di destra la sceglie liscia, quello di sinistra gassata, io che sono al centro (nessun riferimento alla politica: sono al centro perché occupo, immeritatamente, il posto d’onore, quello che guarda verso la sala; ed i miei due commensali sono, appunto, uno alla mia destra e l’altro alla mia sinistra), dunque io che sono al centro, dicevamo, gli dico che le bevo tutte e due; però non mi spiego bene e il ragazzo non capisce se le bevo miscelate oppure prima una poi l’altra oppure contemporaneamente in due bicchieri; gli dico che mi basta un bicchiere ma di non miscelarle; penso così di facilitarlo e invece gli complico la vita perché a quel punto non sa se mettere il sottobicchiere (segno che il bevitore è “fermo”) oppure non metterlo (bevitore “sparkling “); lo tranquillizzo e alla fine mi bevo la San Pellegrino allungata con la Panna.
Ma la faccenda acqua incontra un’altra complicazione.
Lì nessuno, tranne i miei amici, mi conosce; nessuno quindi può immaginare che io sia il mostruoso bevitore che sono, di acqua ai pasti. Questo è il motivo per cui preferisco avere le bottiglie al tavolo; io lo chiedo, ma il giovane con garbo mi dice che non può.
Lo ammetto: ho sbagliato a chiederlo; ma lo ho fatto anche per lui: sarò il suo incubo per tutta la serata; solo alla fine capirà, con mio pieno consenso, che con me, se proprio non vuoi lasciarmi la bottiglia, conviene la mescita modello birra alla spina e non come se l’acqua fosse un Armagnac del 1970.
La cosa comunque è stata simpatica, ci siamo capiti in fretta, ognuno con le sue esigenze, da rispettare.

Ci offrono (si fa per dire: 57 euro tre flûte) gli aperitivi: il mio amico (quello di destra, il “fermo”) appassionato di rosè, sceglie Ferrari Perle Rosè: vino conosciuto, buono, ma non ha lasciato nessun segno particolare.
Un segno grandioso e un solido ricordo lo lascerà invece il Kurni 2004 di Oasi degli Angeli) (120 euro: in rapporto, costa meno del Perlè) che ordiniamo come primo vino. Il vino è fantastico, talmente buono e “in polpa” che, incassato l’applauso “bipartisan” (lo avevo proposto io), pensiamo bene di “sospenderlo “ e tenerlo lì (così intanto si ossigena un po’) e di farlo precedere da qualcosa di più fungibile: siamo ancora agli antipasti.
E qui ci complichiamo ancora un po’ di più la vita; con la differenza però che, se sino a quel momento le complicazioni, tutto sommato innocenti, ce le eravamo un po’ cercate, senza colpe per l’Oste voglio dire, qui il Ristorante ci mette invece un po’ del suo: il cameriere, non il giovane che stava sudando a portar acqua in continuazione al mio bicchiere bucato, ma un altro, con una confidenza un po’ dilatata, forse a seguito di una licenza presa su nostra battuta di spirito (circostanza attenuante) insiste per farci assaggiare un vino; un toscano, di cui non ricordo il nome; poi tuttavia ce ne propone un altro dicendo che ha cambiato idea; e ci porta effettivamente sempre un toscano fatto non con Sangiovese o Prugnolo Gentile che dir si voglia, ma bensì di merlot, cabernet e qualcosa d’altro. Niente “terroir”. Mah...
Se ce ne fossimo accorti prima lo avremmo fermato, il ragazzo: lui però non ci ha intrattenuto sulle caratteristiche del vino, ce lo ha portato e basta. Soprattutto mi è dispiaciuto aver perso la possibilità di scegliere un vino facendo ripassare la favolosa carta dei vini.
Sarebbe inoltre, secondo noi, stato meglio un qualcosa di non confrontabile con il Kurni che stava scaldando in rampa di lancio; anche perché, così, in quelle condizioni, il confronto, per il probabile supertuscan, è stato praticamente perso in partenza, e tutto sommato senza suo vero demerito.
Infatti il vino è buono e ce lo beviamo alla grande. Tutto è bene quel che finisce bene quindi; e c’è anche una sorpresa; ma questa ve la dico dopo.

Ci sottoponiamo volentieri alla esibizione della “parure” di tartufi bianchi della casa per la quale ci viene allegato menu a parte; i prezzi non sono propriamente invitanti (320 euro il menu degustazione completo; piatti singoli intorno ai 120/140 euro); i tuberi lo sono: guardiamo i camerieri e imploriamo: portateceli via: non siamo fatti di legno.

“Sparkling e Still” si associano e prendono tuorlo d’uovo marinato; io il musetto di maiale fondente.
Incrociamo gli assaggi: sono cose entrambe stupende. Io comunque non cambierei il mio musetto con i loro tuorli; il grasso e la parte magra si sciolgono quasi senza masticare, basta metterli in bocca; straordinario.

Di primo la base è risotto per tutti; poi però le strade si separano: zafferano e midollo uno, lattuga e rapanelli l’altro; olio di acciuga, limone e cacao (cacao!) il terzo.
La scelta conservativa la fa (questa è buona!) “la Gauche”: zafferano; il centro si smarca con l’acciuga il limone e cacao, e fa l’ago della bilancia, in una situazione di sostanziale equilibrio di forze: e che forze ragazzi!

Arrivano i secondi e le carte si mescolano di nuovo: io vado sul vitello impanato alla milanese (siamo a Milano, perbacco!) i miei due amici ancora insieme con gallinella al forno con salsiccia.
Tutto ok, ma nessuno ce la fa a far dimenticare i primi: i secondi sono “solo” buoni.

Il giro di formaggi lo chiedo solo io: naturalmente anche qui faccio una scelta con combinazioni poco ortodosse, il che induce il cameriere a dirmi solo quale formaggio lasciare per ultimo senza neanche provare a darmi l’ordine e la direzione di partenza (adesso che ci penso: forse il cameriere è quello dell’acqua). Comunque il giro va alla grande: farei anche un bis, ma sono a dieta.

Arrivano i dessert.
Ormai anche l’ultima goccia di Kurni se ne è andata: non mi ricordo più cosa ho preso; so che era buono; eccellente anche il vin santo di Monsanto 93: avevo chiesto un calice, ma la bottiglia è stata “inavvertitamente” lasciata lì e così ci siamo fatti portare altri due bicchieri e la abbiamo asciugata; non che ci sia voluto molto, sia per il contenuto che per il contenente: era da 0.375 cc (90 euro).
Comunque, fantastica anche questa, ma pure questa servita senza preliminari; anche se a quel punto della festa, ormai inebriati e scossi dalla esperienza, la cosa ci disturba meno.

A proposito di “pre”: il Ristorante ci dispensa d’ufficio generosi “pre”. Pre-antipasto, pre-dessert, ecc., che sono in pratica delle portate vere e proprie anche se in formato “mignon”.
Ho pensato a volte che i pre ricordano un po’ i derivati della banca: appetibili nell’aspetto ma un po’ (detto in senso finanziario, non gastronomico) “droganti”; questa associazione, e il mio profilo di risparmiatore-degustatore “prudente”, mi ha spesso portato a irradiarli di luce non buona.
Col “dopo Cracco” il dogma vacilla: sto sempre ben lungi dal future in banca ma, come avrete notato, vado a “pre” (colazione) anche a casa.
Di future, pardon, pre, me ne ricordo uno con pomodoro (forse il pre-antipasto) ed un altro con lumachine (il pre–qualcosaltro; scoprimmo che erano lumachine insieme col cameriere che ce li aveva portati: nemmeno lui lo sapeva e andò a chiedere).

Siamo alla fine. Grappa secca e caffè all’altezza della situazione.

Il conto arriva mentre è il mio turno di “palloncino” per decidere chi dei tre porterà a casa la brigata (per la cronaca: non sarà il sottoscritto); il che agevola oltremisura la insufflazione: 700 euro. E (sorpresa) ci accorgeremo poi che il toscano non ce lo hanno fatto pagare; ce lo hanno fatto solo bere.
Se non è stato un errore: chapeau!

Conclusioni.
Il ristorante di Carlo Cracco è un vero atelier del gusto; lì Lui “veste” una cena, un pranzo, con fogge uniche, e li firma; per esperienze così esclusive il pret a porter non è ammesso; è normale che più di altrove sia richiesta la necessità di prendere le misure, il Ristorante di noi e, se ci è consentito, un po’ anche noi di Lui.
La prossima volta, e a questo punto ci sarà di sicuro, a parità di budget sfoggeremo, e sarà, ne siamo (quasi) certi, una sfilata da standing ovation.

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