Sant’Agata sui Due Golfi, addì: 26 agosto 2011 ore...

Recensione di del 26/08/2011

Don Alfonso 1890

148 € Prezzo
10 Cucina
10 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Scarso
Prezzo per persona bevande incluse: 148 €

Recensione

Sant’Agata sui Due Golfi, addì: 26 agosto 2011 ore 20.30: il mio tavolo c’è, ed è di un magnifico rotondo!
Confortato da questo primo - simbolico - segnale di accontentamento/accomodation (che peraltro non credo sia costato tanto sforzo: i tavoli formato famiglia che vedo si presentano quasi tutti circolari), prendo posto agevolmente, guidato dal cameriere e accompagnato dai miei ospiti (moglie e figli); il tavolo è in eccellente posizione, le distanze tra i commensali e tra i tavoli sono adeguate alle aspettative; lascio alla moglie la postazione con vista sulla cucina e prendo posto con vista-dominio sulla sala; il locale è di gran gusto: tonalità bianche, rosa; ambiente, apparecchiature, imbandimenti, tutto intonato, studiato, veramente bello.

Va detto che la prenotazione, fissata già da marzo, dopo un "simpatico" scambio di e mail a chiarimenti con una gentilissima e paziente assistant manager del ristorante, mi si è presentata piuttosto macchinosa, per le mie abitudini: da istruzioni del sito internet, bisogna compilare ed inviare scheda via e mail, indi, ottenuta conferma provvisoria, inviare dati carta di credito via fax per “garanzia” (sic!), contr, mi è stato specificato, a seguito di richiesta di chiarimenti, rischio di “no show” (sic!), verificandosi il quale, questo è il contenuto della “garanzia”, il ristorante addebiterebbe d’ufficio euro cento per ogni desaparecido commensale prenotato!

L’ambiente è ovviamente climatizzato, anche troppo, ma è solo perché a quell’ora la sala si presenta ancora semivuota (a occhio la “portata” del ristorante, vedendo che ci sono anche altre sale e salette, mi sembra ben superiore ai cinquanta che ho trovato segnalati su qualche guida).
L’addetta ci chiede per l’acqua, uno dei numerosi camerieri (tutti in nero) ci sottopone il menu; intanto arrivano anche diversi tipi di pane e trancetti di pizza, assai buoni e delicati.

Sono tentato dal menu degustazione (ce ne sono un paio: il più completo prevede otto portate, compresi formaggi e dolci, a 155 euro): sarebbe disponibile anche solo per un commensale, ma rinuncio perché giustamente mi segnalano che non sarei in armonia con i tempi di consumazione degli altri miei cari al tavolo, e io non vorrei rovinar loro la festa con attese troppo lunghe.

Arriva nelle more la proposta di aperitivo: champagne o spumante? Ovviamente spumante; ci servono tre Franciacorta di Cà Del Bosco; la proposta non mi entusiasma, non certo per la indiscussa qualità del vinaiolo, quanto perché la Franciacorta è a due passi da casa; non hanno qualche buona bollicina campana? Ma non sono abbastanza lesto nel manifestare il mio ragionamento; vai quindi con l’ottimo C.D.B. (39 euro).

Antipasto.
Io, “preferiti di nonna Titina. "Panzarottino", arancino di riso al cioccolato, zucca marinata alla griglia, affettati e latticini” (36 euro); il mio giovane virgulto “zeppola di astice in agrodolce” (45 euro).

Primi.
“Ravioli acqua a farina con caciotta ed origano fresco, pomodorini vesuviani e salsa di mozzarella” (io e la mia ragazza); “linguine dei pastai di Torre Annunziata con cozze, bottarga di tonno e maggiorana” (la moglie); “paccheri di Gragnano, zucchine dell’orto Le Peracciole”: questa, come ampiamente dettagliato nelle varie brossure, é la azienda agricola del ristorante, poco distante, per il giovanotto. Totale primi: 136 euro.

Secondi.
“Riscoperta dell’ ‘acqua pazza tradizionale” per me, e “calamaretti e gamberetti con alghe ed ortaggi in croccante frittura ed emulsione di barbabietole” per moglie e figlio (i tre a 135 euro).

Il sommelier, più nero degli altri lavoranti in sala, lo dico per celia perché, oltre alla livrea nera, mi sembra abbronzantissimo ed é cinto da grembiule nerissimo lucido, mi sottopone la lista di gran bell’aspetto, e, poco (troppo poco) dopo, mi chiede se sono pronto; anche qui, un po’ in contropiede, bisogna capirmi: sono rallentato nei riflessi anche per i piacevoli trascorsi della settimana di Villaggio nel Cilento, taglio corto per un bianco; lui mi propone un fruttato-profumato ma io preferisco un minerale senza profumi; mi indica un campano bianco (40 euro) “Alepa”; ok, andata.
Il vino lo azzecchiamo: fresco, giustamente acido e sapido, piacerà; mi sarebbe piaciuto però anche allungare la scorsa a tutta la carta; scompare troppo rapidamente alla vista anche la bottiglia, riposta in apposito secchiello a debita distanza per non essere raggiunto dal commensale per la mescita: alla bisogna provvederà, per tutta la serata, sempre più o meno puntualmente, il personale, tuttavia così non ho modo di far amicizia con la bottiglia (e imprimermi per bene tipo di vino ed anno).

Arrivano anche burro e olio in coppetta; iniziamo delle pericolosissime (in senso calorico) quanto gradite operazioni di assaggio; io ovviamente mi spingo sino a pulire a scarpetta la coppetta (che verrà poi rabboccata a dovere).

Accordiamo le papille con i pre-antipasti (non me li ricordo con precisione, abbiate pazienza, in questa serata le mie debacle mnemoniche si ripeteranno, ma un motivo forse c’è), graditi quanto utili per predisporsi ai piatti.

Colgo i due antipasti avvicinarsi: ci siamo!
I “miei” Preferiti di nonna Titina sbagliano strada e vanno a far sgranare gli occhi della mia dolce fanciulla mentre con perplessità compunta ascolta la minuziosa e per certi versi appassionata descrizione del piatto storico, descrizione che il mio non più fino orecchio (già messo in affanno dal brusio di sala, a mio parere sopra la norma, seppur di un tono appena) perderà completamente; le zeppole invece vanno a segno, direttamente, al mio ragazzo.

Messe le cose a posto, partono ufficialmente le mandibole: zeppole grandiose, i Preferiti anche; il gioco sta molto nell’equilibrio e delicatezza dei sapori; ed è perciò che forse, penso, tanta mano leggera è una carezza troppo dolce al mio palato, i cui sensi, è da una settimana che sono sottoposti al vigoroso massaggio del buffet, sempre rigorosamente campano, del Villaggio; peggio per me, dovevo pensarci prima di ordinare; ma oggi i miei pensieri sono in ritardo.

Arrivano i primi; e qui le mandibole si impennano: il palato, ormai resettato a dovere, saliva a catinelle quando gli “acqua e farina” gli giungono a tiro di papilla; assaggio anche i “Gragnano” del figlio (al... “super” dente) e assegno un premio speciale della critica (si fa per dire) alle “bottarga” della moglie; ma non cambierei con nessuno i miei ravioli.

Nel frattempo il bianco occulto ha fatto il suo dovere sino in fondo; il sommelier nero mi avvisa di ciò, e quasi mi sembra di intendere che ritenga di non insistere per avviarmi ad una seconda bottiglia; ecco che, come in una sorta di illuminazione, capisco cosa c’è che non mi mette a mio agio con Lui: se pensa (e a me sembra che Lui pensi, e tanto basta) che io, “me medesimo” sia un tale che possa lasciare mai a metà una cena così imbastita, senza vino...
Vorrei cambiare, ma ormai tra noi c’è incomunicabilità: Lui mi crede timido, e io forse, lo sono; confermo la fiducia per l’ottimo Alepa e ordino la seconda bottiglia; che prontamente arriva; la vedo, inclinata, per un attimo; essa mesce, mi guarda e se ne va...

Mentre attendo il secondo, visito il bagno, in linea per gusto e tono con il locale, e colgo l’occasione per gettare uno scorcio di sguardo al giardino ove si cena a lume di candele: di gradevolissimo e suggestivo impatto; peccato non averlo saputo prima (peccato che, nell’ampio e ricco carteggio epistolare con la brillante a.m. di cui alle premesse, non sia venuto in mente di toccare l’argomento; fosse accaduto forse, fuori, avrei anche rinunciato anche al tavolo rotondo).

All’arrivo dell' “acqua pazza” il cameriere, probabilmente ancora impostato sul tavolo vicino, inizia a illustrarmi il piatto in un perfetto inglese; dimostriamo entrambi fair play: io fingo di aver capito anche la parte british della descrizione e lui cambia vocabolario come Paolo Beltramo ai box con Casey Stoner, ci ridiamo sopra, si scusa (ma non c’era bisogno) e scopriamo anche di essere quasi compaesani, su, al nord; fatto si è che però, non tanto per l’inglese quanto per la distrazione, mi sono perso la descrizione dell'acqua pazza: poco importa, una idea ce la avevo già e, soprattutto, il piatto eccelle anch’esso per equilibrio e delicatezza di gusti; capisci che lì tutto ha un perché, è sostanziale; anche il filo di pomodorino, che al buffet del mitico Villaggio avrebbe avuto un significato puramente estetico, lì si trova invece per un motivo sostanziale, incredibilmente sostanziale: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Insomma: la fatica che vediamo fare in cucina negli assaggi (a decine, ripetuti, nelle varie fasi di lavorazione, ovviamente sempre con strumenti rigorosamente usati una volta sola) è spiegata.
A onor del vero dico però che questa volta il mio secondo lo cambierei anche un pelo sotto la pari con i più aggressivi (si fa per dire) pescetti in croccante frittura, applauditi a destra e a sinistra.

Per dolce facciamo arrivare un qualcosa con cristalli di azzurro (io), variazione di cioccolato (figlio), impressionismo di crema e zabaione (moglie) (i tre 78 euro), gelato (figlia) (18 euro).
Un gran finale che mi fa pentire di non averlo fatto precedere da un giretto di formaggi.

Siamo in zona caffè; ordino contemporaneamente alla graziosa cameriera il doppio caffè e la grappetta secca, per me da gustare obbligatoriamente insieme (il distillato e il macinato, intendo): un richiamino di grappa nella bevanda calda, il resto del distillato al vetro, come finale, appena dopo aver ben “masticato” il buon torrefatto campano; solo che del doppio caffè si occupa direttamente la graziosa, mentre la grappa va ordinata al grazioso sommelier, al quale la graziosa, suppongo, gira la comanda; qualcosa però si inceppa nel complesso meccanismo gerarchico (la sala ormai è al completo e, sebbene sia quasi mezzanotte, gente ancora arriva): mentre la grappa si parcheggia nel metafisico, il caffè me lo devo bere perché se no si fredda.…
Dopo la mia seconda visita al bagno il sommelier (col quale ormai sto vivendo un dramma pirandelliano: non so se lui sa che io so che lei sa della grappa) leggermente trafelato mi porta al volo una grappa (13 euro) (possibile che nella lista vini e affini non ci sia una scelta?); do l’o.k ormai per riflesso condizionato e però gli dico che al quel punto mi necessita un altro caffè: riparte il circuito di informazioni, questa volta all’inverso, e adesso è il caffè che si fa attendere, molto meno, per la verità, e la grappa non evapora.

Siamo al conto: 590 euro, i caffè offerti (a caval donato...) e scuse per il ritardo nel portarmi il resto.
Morale: godere ho goduto, come un matto! Del resto io son di quelli che se gli fai sentire la cibaria buona, non vede altro che quella, finchè non se la è fatta. E io me la sono fatta, e adesso, che sono al Trinidad in veranda, la goduria mi sta durando ancora. Domani, domani è un altro giorno, si vedrà...

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