I Sassi di Rocca Malatina sono un susseguirsi di g...

Recensione di del 25/11/2006

Trattoria Santa Apollonia

20 € Prezzo
7 Cucina
8 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Ottimo
Prezzo per persona bevande incluse: 20 €

Recensione

I Sassi di Rocca Malatina sono un susseguirsi di guglie di arenaria immerse nel verde dei boschi di castagno, inframmezzati da piccoli borghi medioevali praticamente abbandonati. Un posto davvero suggestivo, nell’Appennino modenese, che si raggiunge in poco più di mezz’ora dall’autostrada (uscita Modena sud) e che nel 1988 è stato riconosciuto come parco regionale dell’Emilia Romagna.

L’osteria che ho visitato sabato sera - raggiungendola a fatica per via della nebbia - si trova a Castellino delle Formiche, nel mezzo del parco, in una posizione incantevole. La notte non le rende giustizia! Consiglio vivamente di prevedere un’escursione da queste parti di giorno, possibilmente con il bel tempo e possibilmente a maggio, quando fioriscono i ciliegi. Credo sia il più bel panorama appenninico che si possa ammirare tra Modena e Bologna: dolci colline, alberi in fiore, le rocce a completare un quadro mozzafiato. E se non bastasse, c’è pure questo bel ristorante.

Santa Apollonia ha conosciuto diverse gestioni nel corso degli ultimi anni. Un mio amico, di lontane frequentazioni malatiniane, ne ha contate quattro e l’ultima ha contribuito decisamente ad abbellire le sale interne. Da “bettola” per sbronze locali, la trattoria si è trasformata in un confortevole luogo di ristoro con travi a vista sul soffitto e mise en place semplici ma perfettamente in tono con la vocazione del luogo. Ingresso sul bancone del bar, due salette per una quarantina di coperti e anche qualcosa in più, bagni rifatti da poco (così sembra) e qualche chincaglieria distribuita qua e la sui ripiani. Apre solo il fine settimana ed è particolarmente presa d’assalto (così mi dicono) la domenica a pranzo.
Fortunatamente gli interventi migliorativi non hanno mutato la natura del locale, la sua vocazione gastronomica né tantomeno il prezzo. Qui regna la cucina del territorio con ricette semplici, ruspanti e pochi voli pindarici.

Il servizio è seguito da un paio di camerieri veloci e disponibili ad assecondare in ogni modo il cliente. Basti dire che la nostra cena (tavolata di dieci persone) è proseguita fino a mezzanotte, ma dal locale siamo usciti soltanto un’ora e mezza dopo a seguito di un “prolungamento” fatto di grappe, chitarra e percussioni. Abbiamo dato vita in sostanza a un concerto a locale chiuso, mentre il personale preparava le sale per il giorno successivo.

Cosa prevede il menu? Non ne ho idea, poiché le operazioni sono state dirette in piena autonomia dal cameriere. Sul nostro tavolo sono arrivati tre piatti da dividere a nostro piacimento e contenenti un tris di primi ciascuno: tortelloni di ricotta e spinaci con funghi porcini, gramigna con salsiccia e tagliatelle al ragù. Poco prima erano giunti degli stuzzichini: mortadella a cubetti, olive e delle deliziose cipolle con aceto balsamico. A seguire una montagna di tigelle con pesto di carne alla modenese, salumi (coppa, prosciutto e salame), formaggi (squacquerone e uno più stagionato) e via dicendo. Infine arrivano alcune ciotole di terracotta: contengono quelle che qui chiamano cacciatore, vale a dire carne di cervo e maiale (salsicce) in umido con una bella dose di erbe e cipolla.

Che dire? Una “zang tumb tumb” delle kilocalorie, una tempesta di grassi e proteine che sarebbe in grado di stendere chiunque, ma si va avanti lo stesso. Le bottiglie di Chianti che arrivano a tavola aiutano a superare lo shock ipercalorico e allenano la voce alla cantata finale. Gli danno man forte, poco dopo il dolce (che a dire il vero sarà ordinato soltanto da una persona, naturalmente la mia fidanzata), un giro vorticoso di grappe e infine una bottiglia completa di grappa lasciata sul tavolo assieme a una di limoncello fatto in casa. Morale della favola: abbiamo bevuto come delle spugne, a ritmi che oserei definire “rugbystici”. E abbiamo anche mangiato piuttosto bene. La cucina merita un 7 pieno, giusto compromesso tra la semplicità dell’offerta e la qualità della preparazione: tutto fatto come Dio comanda, comprese le tigelle che si distinguono per leggerezza e dimensione (sono piuttosto grandi). A proposito: qui le chiamano crescentine, termine con cui a Bologna si intende lo gnocco fritto. Ma i modenesi hanno tutto il diritto di chiamarle così, perché con il termine “tigella” si indicava la pietra con cui preparare la crescentina nei tempi che furono. E quindi, se vogliamo dare alle cose il giusto nome, farsi un’abbuffata di tigelle significa quanto meno perdere i denti…

In definitiva: 7 alla cucina e al servizio (con il bonus alla voce “pazienza”) e 7 anche all’ambiente che però diventa un 8 per effetto del contributo impagabile del panorama. Chi passerà da queste parti mi darà ragione. Bisogna però avvicinarsi con le dovute aspettative: è posto da “mangioni”, non da “gourmet”. A fugare gli ultimi dubbi ci penserà il conto: 20 euro a testa, rapporto qualità/prezzo eccezionale se consideriamo tutto quel che è giunto in tavola, soprattutto come alcolici.

Siamo tornati a casa tutti interi. E vi dirò, nemmeno troppo sbronzi…

Andrea Guolo
andreaguolo@gmail.com

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