Preceduta da molto clamore mediatico, il 23 marzo ...

Recensione di del 02/04/2010

Antica Hostaria Pacetti

55 € Prezzo
4 Cucina
6 Ambiente
4 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Negativo
Prezzo per persona bevande incluse: 55 €

Recensione

Preceduta da molto clamore mediatico, il 23 marzo si è avuta l’inaugurazione della nuova gestione dell’Osteria Pacetti, storico e pluripremiato ristorante della tradizione genovese, condotto dall’omonima famiglia per moltissimi anni, dal 1908 fino al 1984.
Il nuovo proprietario Di Bert sia nelle interviste alla stampa che sul sito internet assicura che si atterrà scrupolosamente alla tradizione del locale e che nel menu si ritroveranno i piatti della cucina genovese, la cui ottima esecuzione rese celebre il ristorante.
La curiosità di verificare è tanta e prenotiamo per sei per venerdì sera.
Ci presentiamo in sette anziché in sei e veniamo accolti dal patron che ci conduce al nostro tavolo.
Il locale, elegantemente ristrutturato ed arredato tutto sui toni del grigio, si compone di una sala all’ingresso, separata dalla cucina da una grande vetrata, due salette alla sinistra e una saletta in fondo sulla destra, con solo due tavoli da sei, tra cui il nostro. La mancanza di finestre e il soffitto basso rendono vagamente claustrofobico l’ambiente, peraltro ben illuminato e arredato con cura. Alle pareti due vetrine con bottiglie di vino. Tavoli piccoli ma apparecchiati con belle tovaglie e stoviglie di qualità.

Un cameriere ci porta subito i menu e la lista dei vini. Le proposte non sono molte, quattro o cinque per portata, e si tratta per lo più di piatti semplici e tradizionali.
Gli antipasti in menu sono polpo con patate, bianchetti, zuppetta di cozze e vongole, condigiun e affettati misti.
Tra i primi trofie al pesto, minestrone alla genovese, strozzapreti ai frutti di mare.
I secondi sono seppie in zimino, pesce alla ligure, trancio di pescespada alla ligure, scampi alla piastra. Più un paio di piatti di carne tipo filetto e tagliata.
Nell’attesa di qualcuno cui ordinare, cominciamo a scegliere e, per antipasto, io e altri ci orientiamo sul polpo con patate e i rimanenti sui bianchetti.

Dopo un po’ si presenta il patron il quale ci informa che la stagione dei bianchetti è finita (probabilmente si tratta di una battuta, dato che i gustosi avannotti pullulano nei mercati e nelle pescherie) e che sono rimasti anche senza polpo.
Ripiego sulla zuppetta di cozze e vongole, altri sul condigiun e sull’affettato.
Per primo ordino il minestrone, altri gli strozzapreti ai frutti di mare e trofie al pesto.
Per secondo, io ed altri ordiniamo seppie in zimino, altri commensali dentice al forno e trancio di spada.
Quanto al vino, ordiniamo un bianco della Cooperativa delle Cinque Terre che ben conosco, sapido e leggerino. Alcuni preferiscono un rosso e si affidano al patron per avere un rosso leggero, tipo un Barbera giovane, adatto alla comanda tutta a base di pesce.
Dopo un po’ il cameriere, uno straniero dal zoppicante italiano ma gentile e sorridente, ci porta il vino, l’acqua e il pane (di un solo tipo, la richiesta di uno di noi di avere dei grissini, più volte reiterata, rimarrà insoddisfatta).

Comincia così una lunghissima attesa di circa tre quarti d’ora, durante la quale sbocconcelliamo pezzi di pane sorseggiando il vino, a proposito del quale, mentre il bianco delle Cinque Terre non ci riserva sorprese, constatiamo che il rosso è un maestoso Barbera d’Asti Bricco dell’Uccellone 2006, di gran corpo e invecchiato in legno, sicuramente ottimo per accompagnare un cinghiale in umido, ma assolutamente inadatto a una cena a base di pesce.
Finalmente, alle 22, dopo un’ora dal nostro arrivo, il cameriere comincia a portare gli antipasti.

Prima il condigiun, piatto semplicissimo (un’insalatona con galletta del marinaio strofinata d’aglio e fatta rinvenire in aceto, pomodori, cipolle, tonno, acciughe) ma nella specie realizzato in maniera pessima: la galletta non sa di aglio né d’aceto ed è dura, non ammollata come dovrebbe essere, di tonno e acciughe c’è solo una timida traccia e il tutto è completamente scondito; neanche un filo d’olio; dobbiamo chiederlo e dopo un po’ ci viene portata una bottiglietta.
Arriva poi la zuppetta, assolutamente deludente: quattro o cinque cozze e altrettante vongole fredde e asciutte, del tutto scondite, senza prezzemolo, né olio, né aglio; sul fondo del piatto c’è un millimetro di salsa di pomodoro fredda, acquosa e insipida.

Durante la lunga attesa del primo, i commensali che avevano ordinato il vino rosso in una delle rare apparizioni del cameriere chiedono di cambiarlo con qualcosa di più leggero e si fanno riportare la lista dei vini, dalla quale scelgono una bottiglia che ordinano. Il cameriere si dilegua ma dopo un po’ torna dicendo che quello ordinato non c’è. Gliene ordinano un’altro e la scena si ripete: torna dicendo, imbarazzatissimo, che non c’è. A questo punto ci diamo per vinti e diciamo che faccia lui, ci porti un rosso giovane e leggero. L’uomo è chiaramente a disagio, comincia a guardare nelle vetrine, si infila in una porticina dove evidentemente c’è una cantinetta ma ne riemerge sconsolato, non perché non abbia trovato quello che cercava, ma perché non ha la minima idea di cosa dovrebbe cercare e ci prega di cercare noi nelle vetrine. Detto fatto, uno di noi si alza e trova un Dolcetto di Dogliani Massocco 2008 che potrebbe fare al caso nostro.
A questo punto, evidentemente allertato dal cameriere, fa la sua prima comparsa il patron, il quale, lungi dallo scusarsi per l’inconveniente, esibisce un cipiglio del tipo “adesso ci penso io a questi rompiscatole” ed esordisce con un criptico: “allora, Veneto o Friuli?”. Gli comunichiamo che abbiamo trovato quello che volevamo. Ci informiamo però del prezzo della bottiglia, dato che dalla lista abbiamo constatato che il Bricco dell’Uccellone, non ordinato, costa la bellezza di 48 €. Con aria seccatissima sbuffa: “direi sui 14 euro”.

Cominciano ad arrivare i primi, scaglionati.
Il minestrone genovese, del quale la signora Pacetti andava fiera e con il quale aveva ottenuto numerosi riconoscimenti, è un piatto complesso, di lunga cottura, nel quale devono entrare a far parte almeno una dozzina tra ortaggi e legumi, secondo la stagione, per finire abbondantemente condito con pesto. Vuole la tradizione che sia tanto denso che un cucchiaio di legno infilato nella pentola vi rimanga dritto.
La cosa che mi viene servita è un pugnetto di cubetti di patata lessa con qualche foglia di bietola, immersi in un dito d’acqua. Punto. Tento di insaporire con olio e parmigiano, ma inutilmente.
Assolutamente deludenti anche gli strozzapreti, scotti, freddi, conditi con un po’ di salsa di pomodoro e qualche vongola, guarniti con un gamberone da sgusciare.
Non parliamo delle trofie al pesto: anch’esse fredde e asciutte, (poco) condite con una salsina verde che nulla ha a che fare con il pesto: niente aglio, niente o pochi pinoli, niente pecorino sardo e niente olio.
A questo punto la curiosità per quanto la qualità della cucina possa cadere in basso prevale sulla delusione e sull’irritazione e ci accingiamo all’attesa dei secondi.

Le seppie in zimino sono le prime ad arrivare. E’ un piatto assolutamente incongruo con qualche striscia di seppia, poche foglie di bietola, due o tre pezzetti di pescatrice(?), qualche pezzetto della galletta del marinaio già presente nel condigiun(?), il tutto scondito e freddo.
Il dentice al forno è fresco, ma pieno di squame: l’unico piatto della serata che merita la sufficienza è il trancio di pesce spada.

Dei dessert in lista, ci informa il sempre più imbarazzato cameriere, c’è solo la crostata (con marmellata di cosa? non lo sa) e il sorbetto al limone.
Ordino il sorbetto e arriva caldo (mentre tutto ciò che doveva esser caldo era freddo), totalmente sciolto.
S’è fatta ormai mezzanotte e chiediamo il conto: 387 euro di cui 98 per quattro bottiglie d’acqua, tre di vino Cinque Terre, una di Bricco dell’Uccellone e una di Dolcetto.

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