Sulla strada di ritorno da Ginevra, ritrovandosi a...

Recensione di del 11/10/2010

La Padella

30 € Prezzo
5 Cucina
6 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Scarso
Prezzo per persona bevande incluse: 30 €

Recensione

Sulla strada di ritorno da Ginevra, ritrovandosi a passare il tunnel del Monte Bianco verso le otto di sera, diviene naturale cercare una posteria nel primo centro abitato in terra italiana. Si entra quindi in Courmayeur e si è subito nel piazzale centrale all’ingresso del paese: l’ampio parcheggio invita a lasciare la macchina ed avventurarsi a piedi alla ricerca di un posto invitante per cenare, lasciando che la fortuna ci guidi alla scoperta di qualche buona interpretazione di cucina locale. Siamo in tre e tutti abbiamo un impatto positivo su un ristorante-pizzeria di immediato dirimpetto al piazzale, che si vanta dell’unicità dell’offerta in paese di una specialità valdostana, "le cosiddette frittelle di Martine". Conosco le pere martine (piccole e rugginose, buone da fare al forno) ma non conosco le frittelle di Martine… Ci lasciamo tentare da questa esclusività ed entriamo in questa pizzeria-ristorante, superando nel primo antiporta una veranda chiusa, non frequentata per evidenti ragioni climatiche in questa serata ottobrina.

La Padella si presenta con una sala lunga e profonda, che si sviluppa alla sinistra del forno a legna che serve la pizzeria. Veniamo accolti dal patron e da un cameriere, che ci fanno accomodare proprio all’estremità contrapposta all’ingresso. Per raggiungere la posizione, attraversiamo il locale e passiamo tra i tanti tavoli ravvicinati: ovunque perlinatura alle pareti, tinteggiate in giallo ed inframmezzate da quadretti a lavagna di legno, alcuni dei quali riportano scorci del menu. Un televisore a cristalli liquidi di grandi dimensioni catalizza l’attenzione dei pochi avventori presenti e stempera l’attesa di quelli – e non sono pochi – che si servono del servizio di pizza da asporto. Sedie e panche di legno non ti fanno dimenticare di essere in montagna: l’ampia disponibilità di posto fa sì che ci vengano assegnati due tavolini quadrati che in condizioni normali sarebbero stati in ogni caso tremendamente vicini.

Il menu ha doppia dicitura in inglese e – solo in alcune parti – in francese, come dovrebbe naturalmente essere in Val d’Aosta. Trascuriamo la parte delle pizze e ci concentriamo sulla cucina, che dal regionale evolve su un’offerta più ampia. E così il lardo di Arnad e la Mocetta di Valle si confrontano con la bresaola della Valtellina e il prosciutto di Parma, mentre la polenta è accoppiata praticamente con tutto. Su una pagina della carta ci sono degli “highlights” corredati di foto: tra antipasti e dolci, coglie l’attenzione il tris di umidi con polenta che fa convergere la scelta di tutti. Un tris per tre quindi e lo facciamo accompagnare da una bottiglia di Torrette V.D.A. in una carta di vini non ampia e decisamente basata su etichette autoctone. Il patron ci fa assaggiare prima di mescere, dimostrando attenzione pregevole alla soddisfazione degli astanti: il vino del 2008, secco ma vellutato e di buon corpo, con finale giustamente tannico, dà il meglio di sé a mano a mano che si ossigena e si fa apprezzare dall’inizio alla fine.
In attesa degli umidi, sbocconcelliamo il pane (che denota la sofferenza di un giorno e forse più di vita) servitoci in cestino metallico, che non stona sul coprimacchia fiorato, per un posto tavola apparecchiato in modo spartano.

Ci vogliono le quattro mani del patron e del cameriere per portare le cinque terrine, tre con gli umidi e due con la polenta. La foto del menu è fedele a quanto ci viene servito, il tutto fumante e da ustione in caso di malaccorto tatto. Veniamo al dunque.. La prima terrina propone pezzi di salsiccia corta in sugo di pomodoro, che non hanno niente per lasciarsi ricordare. Si sale di un gradino con la seconda terrina: pezzi di manzo, probabilmente marinato, sono teneri all’assaggio e delicati al sapore. Su tutto, la terza terrina con il camoscio, che – da recuperarsi nell’umido con più difficoltà vista la minutezza dei singoli bocconi – si dimostra però con un minimo di personalità, grazie anche all’abbondante speziatura tale però da non coprire il gusto della carne.

Il tutto da accompagnarsi alle due proposte di polenta taragna, una liscia, una con aggiunta di fontina. La consistenza della polenta è ai minimi sindacali, molto liquida e incapace più di tanto di opporsi all'esondazione degli altri umidi e dare quindi decente amalgama al piatto. Anche l’interpretazione col formaggio non è molto differente, con la fontina incapace di farsi sentire. La porzione è sufficiente (teoricamente quanto servito dovrebbe essere la porzione “standard”) e passiamo al dessert.

Ci litighiamo l’ultima disponibilità di frittelle (che mi aggiudico di forza) ed agli altri non rimane altro che accontentarsi di un tiramisù e di una mousse al cioccolato, tutti di fattura casalinga. Le famose frittelle di Martine sono in numero di tre, ricoperte di una spolverata di zucchero a velo. Si tratta di pastella di buona consistenza e non assolutamente unta che racchiude un cuore di mela. Non sono forse appena uscite dal forno e si sente…, essenzialmente per il distacco evidente tra ripieno e pastella.

Chiudiamo con tre caffè per un conto totale di 89 euro, così suddiviso a persona: 16 euro per il tris di umidi (caricato a ciascuno a prezzo pieno), 4,50 euro per le frittelle (con altri dolci a 3 euro), 18 euro per il vino, 3 euro per ciascuna bottiglia d’acqua, a compensare probabilmente l’assenza di coperto.
Complessivamente esperienza al limite dell’accettabile per un locale che cerca di dare un’impronta di cucina locale ad un’offerta più che altro rivolta agli avventori di passaggio.

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