MetteteVi comodi, amici, perché ho un po’ di cose ...

Recensione di del 27/03/2009

Due Colombe

155 € Prezzo
9 Cucina
9 Ambiente
9 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Normale
Prezzo per persona bevande incluse: 155 €

Recensione

MetteteVi comodi, amici, perché ho un po’ di cose da raccontarvi. Credo anzitutto sia deontologicamente corretto avvertire che il “Due Colombe” lo conoscevo, nel senso che ci ero stato già, prima di andarci con i miei due amici (quelle due formidabili forchette della cena da “Cracco”) il 27 marzo.
Questa che vi racconto è però la prima volta da affiliato de “ilmangione.it”.
Premeditato è stato dunque il piano di scriverci sopra; d’impeto invece l'“occhio clinico”. D’altra parte, è già chiaro che se ci sono stato altre volte il posto evidentemente mi gusta; sappiate dunque tutto ciò.
Marina, Francesca, Daniela, Federica, Mary, sono cinque non somiglianti e molto interessanti ragazze che sono state con me nel posto, e che tutte mi hanno dato segnali di altissimo gradimento della scelta: che state pensando, maliziosi? Una di esse è mia moglie, prima lettrice di queste mie note; ma vi pare? Si sono fermate tutte al complimento!
Per quanto mi riguarda, le mie statistiche parlano chiaro: senza dubbio un posto che piace alle donne; non so che uso si possa fare di questa avvertenza, ma mi pare una informazione utile: si parte sempre da un complimento…

Di mangiare, o meglio, di impressioni “dal mangiato”, dirò allora; ma con risalto anche e soprattutto a quelle dei miei due goliardici commensali, quelle impressioni cioè che loro hanno avute alla cena del 27: i due compagni son gente che su queste cose, almeno tra noialtri, non fan tanti complimenti; quindi, vista la situazione, trarrò le cose dal loro obiettivo, di guisa da restare il più possibile obiettivo.

E’ a due passi dall’uscita Rovato, sulla A4; si prende per il centro città, si va dritti come fusi e il ristorante te lo trovi sulla destra; la prima cosa che ti mette bene è il parcheggio praticamente illimitato che trovi immediatamente, appena oltre l’edificio, dopo il ponticello sul ruscelletto (asciutto, quando siamo stati noi); così si fa anche in tempo a dare una occhiata alla ruota del mulino; ma non siamo qui per questo.
Si ritorna quindi oltre il ponticello a mezzo di breve passerella in legno e si entra da un ingresso che, quando saranno terminati i lavori in corso sull’altro edificio di fronte, brillerà per la sua eleganza.

La signora che ci accoglie nella ampia reception dove si capisce un certo pregio dei mobili in legno, ha maniera, garbo e fascino, che un po’ ci disorientano, quasi ci confondono; per un attimo perdo la capacità di dare un tempo e un luogo all’ambiente.
L’accento inconfondibile fa sì comunque che non ci piova sul fatto che siamo nel bresciano.
Sistemiamo i soprabiti, aiutati da un ragazzo prontamente comparso; la signora misteriosa ci saluta e ci augura buona serata; la lasciamo ed entriamo, guidati dal cameriere, nel corridoio che ci porta alla sala dove, tra due manciate circa di tavoli ben distanziati ed in buona parte già occupati (sono le 21:30, se non ricordo male arriverà ancora gente intorno alle 22:00), c’è il nostro.

Il tavolo è di un bel rotondo, grande e spazioso; illuminazione suadente; ambiente non marcatamente lussuoso bensì di sobria eleganza che fa colpo.
Niente da dire, un bel colpo d’occhio, al punto da indurre gli amici appena seduti a profferire - forse bendisposti anche dal gradevole scambio di battute col personale, con questo condotte lontano dai soliti convenevoli - una incoraggiante statuizione: “il posto mi piace”.
Non avrei dato peso alla cosa se a dirmelo fossero stati altri, le femmine delle mie precedenti esperienze, per esempio, (Mary “illo tempore”, nella circostanza, lo fece; altre, ne sono abbastanza convinto, lo pensarono); ciò dico - certo nient’affatto perché del loro pensiero non me ne càglia punto - bensì solo perché sono io diffidente, molto diffidente, verso le apparenze del Ristorante, finchè non sono completamente, molto completamente, convinto che sono messe lì solo per dar comodità e lustro alla brillantezza della cucina, e non invece per distrarre da eventuali ombre della medesima.
Orbene, avendomelo il gradimento preventivo invece espresso i due compari, che sull’argomento so che la pensano esattamente come me, ecco che la cosa mi ha fatto specie.
Uno dei due peraltro non manca di notare che il rumore che ci giunge prodotto dai tavoli non è consono; in effetti il compagno ha ragione: beninteso, è cacofonia, non cafoneria (ma forse si sarebbe stati meglio con la seconda: usciti i villani sarebbe cessato il fastidio).

Conosciamo ufficialmente il giovane boss, già intravisto prima in giro; nel darci il benvenuto scambia due parole, non banali, e ci augura un buon godimento di serata; un po’ misterioso, “dark” (anche nel grembiule), interessante, da scoprire, in linea con la receptionist.
Subito dopo l’acqua, al tavolo dal giovane cameriere, conosciamo l’altra persona importante: il sommelier; anche questo è un ragazzo disinvolto che piace; ci somministra l’ aperitivo consigliato, ovviamente e rigorosamente “Franciacorta”, un “Saten” se ben ricordo (€ 18,00), e poi si fa in disparte; lui verrà dopo: adesso siamo alle comande.
“Dark” è al tavolo per la presentazione dei piatti; e lo fa, eccome se lo fa!
Si apre un referendum sui “degustazione” (ce ne sono due o tre per diverse tasche); il risultato della consultazione (maggioranza assoluta ma non unanimità) è per il no.

Antipasti.
Andiamo tutti sulla patata viola, sapientemente descritta dal titolare con una dovizia e passione che ci fa capire subito che qui l’uomo nero fa sul serio.

Sui primi abbiamo due zuppe di cipolle ed una crema di piselli e scampi.

Sui secondi, il famoso manzo all’olio (su mia raccomandazione), un filetto di vitello, una millefoglie di filetto; cominciamo così, poi vedremo.

La carta dei vini mi pare più che in regola: c’è tutto; noi comunque si sta sul territorio, molto ben rappresentato.
Come primo vino, dopo qualche giro di consultazioni (stavo partendo già di rosso, ma incontro il veto deciso dei miei commensali) chiediamo un Franciacorta Dosage Zéro di Ca Del Bosco (€ 58,00).
Forse con l’antipasto il rosso sarebbe stato più adattabile, tuttavia il Zéro, per dirla con quella simpatica pubblicità, “E’ Buonissimo!”. Come prevedibile, molto secco, grande freschezza, in principio nettissimo agrume, poi altre cose, in assuefazione di acidità, che lo avrebbero reso ancora più apprezzabile con gli altri piatti, se non fosse finito così presto.

Fatto sta che la bottiglia è già in avanzato stato di svuotamento quando arriva la patata viola: era successo infatti che prima dell’antipasto e prima ancora dell’ormai diffuso pre-antipasto, nella fattispecie si è trattato di mousse di carota biologica con pan brioche>/B>, molto buono e delicato, ma non me lo sarei mai ricordato senza aiuto.
Il fatto è che non essendo a pagamento non lo mettono in conto, e uno non può così rinfrescare la memoria andandosi a rileggere il bill; comunque va bene così, sia chiaro, finché è gratis...

Prima del primo “pre”, dicevo, fummo invitati a fare scarpetta annegando diversi tipi di pane in una terrina ove era stato all’uopo versato un extravergine del Garda, mai la fisica è stata così amata: vedere il fluido salire così pervasivamente nel pane-spugna, e pensare che quel fenomeno di capillarità avrebbe riprodotto e probabilmente amplificato, mercè una dosata e lenta masticazione, quel godimento che già dal primo seppur meno attento boccone avevamo sentito, eh beh, so che forse darò scandalo, ma vi dico che è stata una gran libidine. Da qui la grande festa fatta per empatia anche al “DZ.”, mercè anche i generosi rabbocchi d’olio alla coppetta, praticati dal lesto garçon, accortosi del nostro alto gradimento.

Ma eccoci alla patata viola (€ 72,00).
Arriva a spiegarcela sul campo Macchia Nera in persona; non mi ricordo bene come sia fatta; posso dire che la patata c’è veramente nella creazione, mi ricordo che il viola è il colore predominante; mi ricordo soprattutto una storia di Franciacorta in emulsione, imprigionato, che ci versano a cucchiaio sul piatto, invitandoci a degustare la patata attingendo alla emulsione. Pollice alzato da parte mia e di entrambi i miei camerati. Altissimo livello.

Arrivano i primi (€ 60,00);la zuppa di cipolle la abbiamo presa io e il mio compare, quel grande esperto di tavole (da sci e da pranzo) della Valle D’Aosta. Capirete bene perché mentre degustavo il preparato, rompendo la crosta nella zuppetta liquida sottostante, spiavo con la coda dell’occhio le reazioni del montagnino. Esame superato, per me alla grande, ma devo dire che non ho percepito da lui la stessa lode dell’antipasto.

Unanimità e applauso a piene mani invece al molto diverso e leggerissimo piatto dell’altro amico, la crema di piselli e scampi, da me solo assaggiata per gentile concessione, ma che personalmente considero la rivelazione della serata; un tortino bianco in una crema verde, dall’aspetto estetico “budinoso” e dalla combinazione cromatica che potremmo discutere, ma dall’assortimento di sapori, acido, dolce e chissà cos’altro, che ci ha messi tutti d’accordo.

Nel frattempo eravamo partiti col rosso, un Cà Del Bosco Carmenero Sebino Rosso 2001 (€ 88,00) mai sentito prima (ma che ora vorrei sentire sicuramente ancora) cui ci eravamo orientati, dopo ampio e approfondito dibattito, aperto, (il vino, ma anche il dibattito) all’inizio di serata, argutamente moderato e felicemente orientato (solo il dibattito) dal sommelier.
Un rosso elegante e di corpo, un po’ troppo polposo per la quasi eterea crema di piselli (che infatti farà raschiare al sodale interessato il fondo bottiglia del “dizeta”), adeguatissimo per contro alle zuppe di cipolle.

Secondi (€ 78,00): sul manzo all’olio, piatto peraltro dalla ricetta pressoché “onomatopeica”, mi astengo per opportunità. Lo conoscevo già, lo avevo già giudicato, non lo ho preso tanto per cambiare un po', mi sono limitato a consigliarlo vivamente. Vi dico solo che il complice istigato mi ha ringraziato altrettanto vivamente.

Per me c’è la millefoglie di filetto; Man in black mi raccomanda di mangiare anche i petali nel piatto che sono lì appunto per essere mangiati, non per bellezza; faccio come mi dice, mi sarebbe piaciuto vedermi mentre mangiavo i petali mano a mano che li sfogliavo, credo che sarebbe stato imbarazzante. Nessun imbarazzo invece in punta di forchetta, piatto leggero e ben concepito; se ti concentri si sente anche il petalo; ma per me il secondo dovrebbe essere più forte del primo, ed io vengo da una zuppa di cipolle.
Più “normale” il filetto dell’altro compare di bisboccia, pur premiato anch’esso con l’ottimo.

Ma non è finita.
Le portate, per quanto misurate, hanno una grammatura di tutto rispetto, e il più magro di noi tre (cioè il più attento alla dieta) si dichiara pronto per il caffè; ci basta uno sguardo per fargli capire non è una uscita felice, la sua.
Il nostro prezioso consulente Cuoco Nero ci dice che coi formaggi è ok; raggiungiamo, incontrando una resistenza più di stile che altro, un compromesso col dissenziente, la cui politica è ormai chiara: salvare la faccia; un piatto solo, per un giro collettivo di formaggi, giusto per finire il Rosso.
Chef Noir ha lavorato anche di psicologia: ci ha portato sì un piatto unico (€ 20,00) ma con sopra tre o quattro tipi di formaggio, già suddivisi in tre quantità non propriamente da fine assaggio; per farla breve: siamo andati giù di brutto anche coi formaggi, ed il Rosso che dava il meglio di sé; tra essi ricordo uno strepitoso molle di non so che valle lì vicina, e un di non minor pregio formaggio duro la cui provenienza L’Oste Scuro, molto correttamente, non omette di denominare: si può dire? Penso di sì: “Guffanti”.
Annoto i ringraziamenti dall’amico “Slim” per avergli consentito di salvare la faccia senza rinunciare alla greppia.

Ormai siamo senza ritegno: semifreddi al miele, gelato mantecato (€ 30,00); quest’ultimo condito (attenzione bene) con olio extravergine, ovviamente del territorio. Provatelo!
Buona la grappa secca cinquanta gradi, ma avrei preferito nella carta delle strong un maggior assortimento; buoni i caffè, tre in tutto, di cui uno doppio (€ 10,00) con la piccola pasticceria (spazzata via anche quella).

Morale. Ve la racconterò con un aneddoto.
Discorrendo del più e del meno una volta con mio padre, forchetta tuttora estrema, bensì amante di tante cose belle della vita e dello spirito, ebbi a dire, tra il serio ed il faceto, che, nell’ordine di precedenza tra una tavola ed una femmina, entrambe ugualmente buone, mi sarei potuto anche fermare a pensare e forse sarei passato prima alla tovaglia, rispetto alla sottana.
Lessi nel suo sguardo la perdizione di chi si chiede: “Dove ho sbagliato?” Mi affrettai quindi a metterci la pezza: “Scherzavo”.
Scherzavo? Mah ! Ancora non lo so; comunque parlavo di precedenze, non di rinunce!
Sta di fatto che, tra il grande mangiatore ed il grande “(rima)” il mio carnet è più ricco sulla prima, meno guarnito sulla seconda; cionondimeno, ho indiscutibilmente titolo per provare a vederla anche dalla parte del tombeur: ebbene, messala anche così, resta sempre che “Due Colombe” è per me una Gran Bella Storia!
Ma la voglia di nuove emozioni non si ferma. Dunque alla prossima, tovaglia, sia essa a precedere o a seguire la carezza ad altro più serico tessuto!

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