Eccoci a Brugherio, dove il mio amico Camillo si è...

Recensione di del 14/09/2012

Trattoria dei Cacciatori

30 € Prezzo
7 Cucina
6 Ambiente
7 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 30 €

Recensione

Eccoci a Brugherio, dove il mio amico Camillo si è trasferito per lavoro due mesi fa. Naturalmente si è subito messo in cerca di ristoranti, e così abbiamo conosciuto la Trattoria dei Cacciatori.
Preceduti da regolare prenotazione, io, Camillo e sua figlia Tecla lasciamo la macchina a circa un chilometro e arriviamo a piedi: non sapevamo che nel cortile interno dello stabile c'è un enorme parcheggio per i clienti. Quando entriamo, il ristorante non è pieno. Ma chi prenota non sbaglia mai.

L'ambiente è di tipo rustico. Pareti a pietra e mattoni a vista, soffitto obliquo tipo chalet, con travi. Pavimento di cotto. Tavoli ben distanziati, tovaglie chiare, sedie impagliate. E c'è una gradita sorpresa: una ragazza ci accompagna al nostro tavolo sul quale troviamo già alcuni antipasti pronti per noi. Non mi capita mai. Così aggrediamo sottaceti, acciughe marinate nell'aceto, pezzi di frittata alle zucchine, olive ascolane, insalata russa, melanzane alla griglia, mini bocconcini di mozzarella, nervetti. Tutto ottimo. Arrivano poi gli affettati: un salame genuino, un prosciutto stagionato, uno più fresco, della buona coppa. Ottimi anche i salumi, soprattutto il salame e il prosciutto stagionato. Poi le bruschettine al pomodoro: niente di speciale. Infine grossi fiori di zucca ripieni di mozzarella e acciughina, fritti con pastella in olio di semi. Di questi abbiamo chiesto il bis (anche se li avremmo preferiti fritti in olio d'oliva).

Perché questa accoglienza? Perché, dimenticavo di dirlo, mentre a pranzo si può ordinare e scegliere, a cena la Trattoria dei Cacciatori fa menu fisso per tutti.

Dopo gli antipasti, arriva un tris di primi. Ravioli ripieni di ricotta ed erbette con sugo di noci. Favolosi nella loro semplicità: condimento nella misura giusta, sapore deciso ma delicato. Poi un classico: pisarei e fasò. Ben realizzato. Il terzo dei primi è il meno riuscito: sono tagliolini con un ragù troppo salato. A me sembra che ci sia la salsiccia, mi dicono addirittura che è cervo: questo per dar l'idea di quanto sale ci avevano messo.

È il turno dei secondi: arrosto di coniglio con crema di castagne, succulento e tenero. Arrosto di vitello in umido: niente male. Fantastici, però, gli straccetti con grana e radicchio. Quello che dà più soddisfazione è l'indovinatissimo contrasto: il sapore della carne, l'amaro del radicchio e il grana si esaltano a vicenda. Come complemento ai secondi ci hanno portato delle patate fritte a spicchi. La cottura sarebbe corretta: sono partiti dalla patata lessa, ottenendo così dei pezzi morbidi dentro e croccanti fuori; ma, oltre a non aver aggiunto nessuna erba aromatica, per la frittura hanno usato olio di semi. E non dei migliori, a mio parere. Peccato.

Il dolce ce lo fanno scegliere. Prendiamo un tiramisù tradizionale, uno agli amaretti e un semifreddo alle noci. Ottimi tutti e tre. Ho voluto provare il tiramisù agli amaretti per curiosità. Perché sì, il tiramisù si può fare in tanti modi, si può cambiare la crema di mascarpone e aggiungervi un ingrediente, tipo cioccolato bianco, succo d'arancia, eccetera, o incorporarvi fragole o altra frutta. La fantasia, insomma, si è sbizzarrita col tiramisù, ma i savoiardi sono sempre stati un punto fisso, un ingrediente intoccabile. Non è che non si possano usare, invece dei savoiardi, gli amaretti; ma assorbono meno, e la consistenza è meno gradevole. Quanto alla crema di mascarpone usata, sbaglierò ma credo che ci abbiano messo anche il tuorlo d'uovo. D'altra parte il tiramisù è un dolce giovanissimo, nato più o meno quarant'anni fa, non frutto di tradizioni popolari. In questo caso pretendere l'approccio filologico e il rispetto della ricetta originale mi sembra quasi troppo. Anche se continuo a preferire il tiramisù originale, con nient'altro che crema di mascarpone (fatta coi soli albumi montati a neve, senza tuorlo), savoiardi imbevuti di caffè e cacao spolverizzato.

Abbiamo bevuto due bottiglie di acqua gassata e due brocche di vino della casa. Un bianco tipo prosecco e un rosso tipo Barbera vivace. Ci abbiamo pasteggiato volentieri. Il pane che ci hanno dato era buono.
Il prezzo era fisso, 28 euro a testa. Nel conto, di 91 euro, c'erano anche 7 euro di “bar” (non so se abbiano calcolato così il vino o l'acqua o entrambi).
La ragazza che si è occupata di noi ci ha serviti “all'inglese”, ossia non ci ha dato i piatti porzionati, ma, arrivando al tavolo col piatto di portata, ci ha messo il cibo nei piatti con la clips, come si usa quando il menu è fisso, e lo ha fatto in modo informale e cortese, anche se fra gli antipasti e i primi e fra i primi e i secondi abbiamo aspettato troppo; ma questa lentezza credo che sia dovuta alla cucina, non al servizio.
Dell'ambiente ho già detto; aggiungo che, purtroppo, il soffitto di legno è tutto fuorché fonoassorbente: quando la sala si è riempita, al nostro tavolo è diventato difficile conversare.
Nel complesso ho mangiato bene e ho voglia di tornarci. La cucina meriterebbe un otto se non fosse per l'incidente del ragù troppo salato e per le patate. Ma l'abbiamo detto alla ragazza quando ci ha chiesto se tutto andava bene, e lei ha risposto che l'avrebbe senz'altro riferito al cuoco.
Particolare importante: pur avendo mangiato tanto, non ho avuto alcun problema di digestione e poi ho dormito benissimo.

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