L’abito non fa il monaco: affermazione banale ma c...

Recensione di del 22/12/2011

Trattoria Col di Salce

45 € Prezzo
9 Cucina
8 Ambiente
8 Servizio
Rapporto qualità/prezzo: Buono
Prezzo per persona bevande incluse: 45 €

Recensione

L’abito non fa il monaco: affermazione banale ma che, come tutti i proverbi, contiene in sé un fondo di saggezza e verità. La Trattoria Enoteca Col di Salce, sita a poche centinaia di metri dalla statale che congiunge Belluno a Feltre ai piedi del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, appare dall’esterno come il classico bar di paese dove entrare per bere “un’ombra de vin” e fare “quatro ciacole”. Saliti i pochi scalini che conducono all’ingresso, si entra, infatti, in un bar che ancora non lascia intuire al fortunato avventore cosa troverà dopo soli pochi metri. Un primo sospetto di essere capitati bene si fa strada quando si viene accolti da Luca, il sorridente titolare che, col capo coperto da una bandana scura e lo sguardo di chi la sa lunga, ti fa accomodare nella sala da pranzo. La sala è forse un po’ piccola e, di conseguenza, i tavoli un po’ troppo ravvicinati ma l’attenzione è immediatamente calamitata da una grande griglia e un fondo di braci roventi; in primo piano le carni pronte per essere cotte mi fanno capire cosa doveva provare il povero cane di Pavlov nell’udire il famoso campanello.
Il menù è ricco di piatti della tradizione della montagna veneta con alcune concessioni all’Adriatico che, in fondo, dista meno di 100 km.

La mia scelta cade su un carpaccio di cervo che chiedo mi sia servito senza scaglie di grana ma solo con un goccio di extravergine per poterne meglio apprezzare il gusto: morbido, saporito ma non aggressivo, questo piatto è adatto anche a chi non ama i sapori troppo forti di certa selvaggina ed è preparato, o almeno questa è stata la mia impressione, in modo analogo alla più nota “carne salada” trentina.
I miei commensali scelgono l’antipasto “Col di Salce”: bruschetta con lardo di Colonnata, salame toscano, crudo di San Daniele, porchetta di Treviso e formaggi misti con mostarda.

La cena continua con pappardelle al capriolo per me e gnocchi di zucca fatti in casa con ricotta affumicata per la coppia di amici. Le pappardelle, servite giustamente al dente, sono condite con un sugo ricco di carne succulenta e gustosa legata da una salsa con una lieve tendenza dolce probabilmente a base di besciamella: piatto ben riuscito, con ottimo equilibrio fra le diverse componenti e, fatto questo non secondario, non stucchevole nonostante l’utilizzo di una salsa talvolta usata in modo troppo invasivo.

A questo punto gli amici iniziano a dare segni di cedimento mentre io, imperterrito, mi cimento con un piatto di filetto di maialino con radicchio rosso e pancetta: tenerissima la carne che, quando tagliata, mostra una leggera sfumatura rosata segno del giusto punto di cottura; ottima l’idea di abbinare una pancetta dolce con il radicchio dalla ben nota amarognola.

La cena si chiude con i dessert: crema catalana fatta in casa; ricca di uova, dolce al punto giusto ma forse, a voler essere proprio pignoli, con poco zucchero caramellato a coprire il tutto.
Luca, sommelier e appassionato di vitigni autoctoni italiani, dispone di una bella carta dei vini costruita con la logica dell’offrire prodotti di qualità con un corretto rapporto qualità/prezzo e, quando possibile, di provare vini o aziende difficilmente presenti nelle carte dei ristoranti.
Il mio consiglio è però quello di farsi consigliare direttamente da lui che riesce a proporre etichette ed abbinamenti talvolta insoliti ma sicuramente validi.
La nostra cena è stata inizialmente accompagnata da una bottiglia di Etna Rosso DOC 2009 13% vol. dell’Azienda Murgo prodotto con uve nerello mascalese (85%) e nerello cappuccio (15%); nel bicchiere si mostrava rubino chiaro e regalava al naso profumi di frutta rossa fresca, spezie delicate; in bocca era fresco, giustamente tannico, di buon corpo e persistenza.
A questo Etna Rosso ha fatto seguito un Cerasuolo di Vittoria DOCG Classico 2008 13,5% vol. dell’Azienda Valle dell’Acate ottenuto da uve nero d’Avola (70%) e frappato (30%) dal colore rubino intenso. Il naso, più complesso del precedente, oltre a note di frutta rossa decisamente più matura, ci regalava spezie, note tostate di caffè e cacao e una ben percettibile balsamicità; in bocca risultava di corpo, con tannini molto eleganti, caldo, rotondo e persistente.
Per concludere una buona grappa di Brunello di Castello Banfi: secca, fine, di buona bevibilità anche per palati abituati a prodotti decisamente più morbidi.
In questo caso, quindi, ben venga l’antica saggezza popolare.

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