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Cinghiali nella nebbia
Alla scoperta di un agriturismo tra le foschie dell’Oltrepò
Gianfranco "Jumphrey" Recchia

Le domeniche di novembre non sono famose per gli splendidi divertimenti che portano con sé, ma ce ne sono alcune che al loro avvicinarsi paiono incombere ancora più cariche di noia e grigiore delle altre.

È per cercare di difendermi da una giornata così leopardianamente triste che decido di prendere moglie e macchina fotografica e di dirigermi verso i dolci declivi dell’Oltrepò alla ricerca degli splendidi cromatismi dell’autunno, sperando che i colori della natura, contrastando il grigio meteorologico, possano regalarmi qualche scatto degno di essere conservato.

Mi spinge a perseverare in questo mio intendimento, ignorando le proteste della mia dolce metà, la convinzione che in quella terra di splendide colline tra il Po e l’Appennino se proprio non troverò pane per i miei obiettivi, sicuramente troverò dell’ottimo pane, e non solo quello, per la mia viziata gola. E così, mentre attraversiamo il ponte della Becca in direzione di Broni, con la giornata che diventa sempre più uggiosa ed una leggera foschia comincia ad avvolgere noi ed il paesaggio che ci circonda, mi rendo conto che l’aspetto culinario è l’unico che possa ancora salvare la nostra gita: rinuncio a cercare scorci da immortalare e concentro la mia attenzione sulla ricerca di un posto dove pranzare.

Dopo qualche chilometro percorso lungo una strada che corre sul crinale di una bella collina, tra due valli dai pendii coltivati a vigna, in un paesaggio che attraverso la foschia sempre più densa fa intuire, più che vedere, la sua bellezza straordinaria, ci appare l’insegna di un ristorante sulla porta di quella che dall’esterno sembrerebbe più una villetta che un locale pubblico.
Il posto è bello, l’intuito suggerisce che merita una visita, dietro di noi per chilometri non abbiamo trovato alternative valide, davanti a noi solo qualche abitato in cima alle colline circostanti, vicino in linea d’aria ma lontanissimo da raggiungere via strada, è da poco passata la una, la porta di ingresso tutta in legno è chiusa ma il cancello è aperto: entriamo.

Lasciata la macchina nell’ampio parcheggio sottostante, comprendiamo di essere entrati in un’azienda agricola dal trattore e dagli attrezzi di fianco ai quali abbiamo posteggiato. Risaliamo quindi a piedi sino all’ingresso e varchiamo la porta.
Ci si presenta un’accogliente sala dallo stile decisamente rustico ma altrettanto elegante, in fondo alla quale una parete tutta a vetro si apre sulla valle e sulla collina di fronte, con una vista che è già bella con la nebbiolina di oggi, ma che col sole deve lasciare addirittura senza fiato. Poiché il locale è semideserto, possiamo scegliere un tavolo proprio davanti alla grande finestra panoramica: solo lo spettacolo merita la sosta.

Il ristorante scopriamo essere un vero e proprio agriturismo, con tanto di menù fisso, ma rispetto a molti altri posti analoghi è decisamente molto più raffinato: il cameriere è un vero professionista, i tavoli sono apparecchiati con eleganza, con tanto di nome ricamato sui tovaglioli e sulle belle tovaglie lavorate a Jacquard, e i pochi clienti non hanno certo l’aria di essere i chiassosi membri delle allegre brigate di sbevazzoni che spesso si trovano in questo genere di esercizio.

L’elenco delle portate che ci vengono servite è presto fatto: per antipasto salame e coppa di produzione propria, cipolline all’agrodolce, peperoni sottaceto, torta pasqualina, insalata russa e cotechino; come primi risotto ai funghi e ravioli di magro, cui seguono polenta con brasato di cinghiale ed arrosto di vitello con patate novelle al forno. Per finire una torta casalinga tipo Sacher e caffè. Scritto così potrebbe non sembrare niente di eccezionale, ma invece lo è.
Sarà il fatto che i salumi consumati nei luoghi d’origine beneficiano dell’aria di casa? Sarà che prendersi la briga di fare i peperoni sottaceto mettendoli nel vino insieme alla mamma (dell’aceto, non di chi fa i peperoni) è un lavoraccio ma dà dei bei risultati? E se invece fosse che un’insalata russa preparata con le verdure fresche e la maionese fatta in casa è un sapore cui non siamo più abituati? O potrebbe invece dipendere dall’arte di fare i ravioli di magro che di generazione in generazione fa oramai parte del Dna delle donne del luogo? O non sia mai che fare un po’ i ruffiani ed aggiungere la farina di grano saraceno a quella di mais per fare la polenta e mantecarla con un filo di burro può trasformare il cibo più banale del mondo in un succulento recettore per la splendida puccia di un cinghiale cotto a regola d’arte? Non è nemmeno del tutto escluso che non dipenda dalle bacche di ginepro che aromatizzano il cinghiale stesso.
Beh, io non so quale sia il mistero, o se addirittura la causa di tutto sia la leggerezza d’animo che si prova a stare sospesi affacciati su quell’angolo di paradiso, ma sta di fatto che il pranzo è stato veramente ottimo, senza se e senza ma, e soprattutto non ha avuto nulla da invidiare a tanti altri pasti consumati in locali rinomati per le loro cucine ultra sofisticate.

E così prima di alzarmi, non senza qualche esitazione a causa della generosissima abbondanza delle porzioni ed alla piacevolezza del pinot nero di produzione propria che si è lasciato tracannare in quantità proibite dagli etilometri, troppo pigro per tornare in macchina a prendere le mie preziose fotocamere, immortalo con il telefonino la scena del nostro lauto pranzo. Vorrà dire che per par condicio elettronica più tardi proverò a fare una telefonata usando una macchina fotografica!

Il pranzo ed il panorama ci sono costati complessivamente 35 euro a testa, un prezzo assolutamente adeguato per una pausa che è riuscita a soddisfare il nostro palato, rimpinzare le nostre pance e deliziare i nostri occhi. E così, adempiuto anche il nostro obbligo amministrativo nei confronti dei gestori del locale, torniamo verso casa prima che alla nebbia si aggiunga l’ oscurità della sera. Non è stata certo una giornata di grandi avventure, ma in fondo potremo sempre raccontare di aver trovato in mezzo alle brume pavesi un bel cinghiale. Brasato con la polenta, ma pur sempre selvatico.

Il Feudo Nico
Via San Rocco 63/a
27040 Mornico Losana (Pv)
Tel. 0383.892452
Chiuso il lunedì



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